Ciao Mà

di Franz Pinotti

Cascina Il Ronco, 8 aprile 1997

Certo, mamma, ho accettato tutto. Ho accettato la tua morte e credimi, con grande difficoltà dico che alla fine è stato il meno. Ho accettato la tua malattia, il disfacimento del tuo corpo e per me, tuo figlio, è stato devastante. Sarà perché la mamma è la mamma, certo forse un bel luogo comune, sarà che tu in particolare eri la Vita impersonificata, la Gioia e i Colori del mondo, sarà perché io ero troppo giovane e tu eri una grande donna, o forse perché ci avevi abituato a vederti risolvere i problemi degli altri, sarà perché alcuni addirittura li guarivi, o perché ti credevo indistruttibile…ogni buon figlio dovrebbe credere che i genitori sono eterni, sarà…ma…Sei morta senza essere riuscita a insegnarmi come ci si difende dalla vita. Pensavi che fossi diventato grande costruendomi da solo. Sapevi di non essermi stata d’aiuto presa com’eri dalla vita sfortunata e dai problemi contingenti di sopravvivenza del corpo e dell’anima per cui…Ricordo che eravamo in Francia a Saint Gaudens presso una comunità che pratica la macrobiotica come via di salvezza fisica e mentale. Ho davanti nitida la tua immagine malata che abbraccia il tronco di un enorme platano. “Vieni anche tu presto, il mio corpo sente vibrare la vita che scorre sotto la corteccia e questo mi fa stare meglio, è come se per un attimo non sentissi il male che mi rode dentro”. Eravamo ai primi di marzo e quella cinica primavera ci abbagliava e stordiva con colori e profumi mostrandoci quanto può essere e forte la vita proprio nell’incombenza della morte. Giorni dopo ricordo che uccelletti aguzzini cantavano a squarciagola la loro gioia di esserci mentre tu eri seduta sul letto rannicchiata in grandi occhi silenti e persi. “Hai sentito mamma? Stamattina gli uccelli cantano a squarciagola, sentono il caldo che ormai è alle porte”. Avevi abbozzato la testa nella mia direzione senza vedermi e con un'espressione senza futuro e senza speranza mi hai detto: “E' un pezzo che non li sento...non cantano più per me”. Ed è così che ho imparato come a volte un pugno alla bocca dello stomaco possa avere il dolce sapore dello zucchero filato. Qui nella casa di campagna che tu hai inventato per noi, sono seduto al tavolaccio che ho finito di costruire facendolo risuscitare dai resti abbandonati di una vecchia credenza in castagno. E' da qui che rivivo l'angoscia della tua morte fisica e della morte di figlio. Nel preciso istante della tua chiamata ho capito che tutte le mie preghiere e il mio gran daffare non erano serviti a niente, tu stavi morendo improrogabilmente e io mi spezzavo in due senza più riuscire a ricostituirmi. Da allora e fino alla nascita delle mie figlie l'intero si contornò di un impalpabile ma inaccessibile senso di impotenza nei confronti della vita che scorre senza mai guardarti in faccia. Mia figlia Myriam (non potevo che chiamarla come te, sapessi che occhi grandi ha, grandi e belli come i tuoi) mi vede con la penna in mano e mi chiede interrompendo il naufragio dei miei pensieri se voglio scrivere un cosa che ho pensato. “Le calze si mettono ai piedi – le scarpe si mettono con le calze e senza le calze – non è la stessa cosa”. E' solo un gioco innocente o c'è un significato recondito che riguarda il senso della vita? Subito Chiara (dovresti vedere quanto è bella e birbante) non vuole essere da meno della sorella maggiore. “Papà i ghiri vanno in Paradiso?”.
“Certo amore perché sono buoni”.
“Ci avevi promesso che ogni mattina saremmo andati a trovarli lì sulla collina dove li hai sotterrati”.
“Hai ragione tesoro finisco di scrivere e poi andiamo”.
“Non potremmo ogni giorno fare il funerale?”.
Il funerale. Prima della tua non avevo visto la morte...Dicono che bisogna vivere guardando avanti, che il Tempo è un gran consolatore, che tutto prima o poi raggiunge una dimensione diversa, una trasformazione simile a una vaccinazione che dovrebbe renderci sempre più immuni al dolore. Dicono poi che il dolore ci matura fortificandoci e fa parte della vita, ma se io accomuno il dolore alla morte, e premetto che la morte è uno stato del corpo che non ci appartiene, che cosa abbiamo a che spartire con il dolore? Il dolore e la morte non hanno ragione di esistere perché non possono, per principio, far parte dell'Amore e... e... e i conti tornerebbero solo se io decidessi di dare la mia vita per amore di un'altra vita... se io fossi disposto a soffrire per il bene di una o più persone che amo totalmente. E... se tu mamma fossi morta per noi? Perché la nostra famiglia si trasformasse? Se fossi morta perché io cambiassi? Lo avresti fatto per amore, solo per amore. Ma davvero sei stata tu a deciderlo? Forse dentro di noi esiste un livello di incoscienza che lavora a stretto contatto della coscienza, un diaframma posto tra subcosciente e cosciente così come vengono definiti dalla psicanalisi, uno stato d'essere in cui avviene la grande lotta tra il Bene e il Male, dove scegliamo di servire Dio o Mammona, dove scegliamo di diventare martiri, aguzzini, santi o demoniaci: è il terreno dell'eroismo o il fango della pusillaminità. La mia vita ha cominciato un cambiamento nel momento in cui ti sei sfilata il corpo buccia davanti ai miei occhi volando in cielo. Non sono diventato meglio di prima. Ho però la coscienza dell'effetto che ogni mia azione può avere sulla vita degli altri, ogni mia parola, ogni mio pensiero, ogni mia intenzione. Hai scritto: “Il mio prossimo / è un campo di grano / davanti alla mia fame”. Anche per me vorrei che fosse così ma, per quanto mi sforzi è difficile, non riesco ad avere la tua facilità di rapporto con chiunque mi si presenti dinanzi. Però volevo dirti grazie, non l'ho mai fatto quando eri in vita. Ricordi quando litigavamo? Una volta, ero ragazzo, ti dissi persino che ti avrei sparato. E tu mi avevi scritto una lunga lettera in cui mi ricordavi che a spararti ci avrebbe pensato la vita... Terribile presentimento. Che sciocchi siamo stati a buttare tempo prezioso. Per quello che vale ora, volevo ringraziarti per essere esistita, non avrei voluto una madre diversa da te e... volevo dirti grazie per avermi dato la possibilità di vivere. La vita è comunque una grande esperienza che vale sempre la pena di accettare. “Ma stai dormendo con gli occhi aperti?” La piccola Myriam mi sta tirando il braccio. “Ci avevi promesso che saremmo andate a vedere i ghiri”. Il vento che per alcuni minuti aveva soffiato con forza si è improvvisamente placato ed è tornato il calore forte del sole di campagna. “Papà ci avevi promesso i ghiri”. Anche Chiara mi tira per la manica della camicia, deve sempre ripetere tutto ciò che fa e dice sua sorella, entrambe mi squadrano dal basso in alto a causa della piccola statura ma indagano, dall'alto in basso, con sguardo adulto nell'abisso aperto del mio cuore mettendomi in imbarazzo. Devo andare mamma, la vita mi chiama. Questa notte però è luna nera e il cielo sarà buio e limpido come non mai. Ti va se prima di mezzanotte, quando le bambine dormono, ci vediamo come al solito in terrazzo per scrutare le stelle?

Myriam Stefani, Milano (MI) 1987

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