Il momento in cui si decide di partire
Non succede all’improvviso. Non è quasi mai una scelta romantica o avventurosa, almeno all’inizio. L’idea di lasciare l’Italia nasce lentamente, quando le possibilità sembrano restringersi e il futuro si fa opaco. È in quel momento, quando il lavoro appare precario o irraggiungibile e la stabilità una promessa lontana, che molti giovani iniziano a guardare altrove. Non è solo il desiderio di viaggiare, ma qualcosa di più concreto: stipendi dignitosi, indipendenza, prospettive reali.
I numeri di un esodo silenzioso
Secondo il Centro Studi di Confindustria, tra il 2019 e il 2023 oltre 190.000 giovani italiani hanno lasciato il Paese. Un flusso costante, che difficilmente si interrompe.
Ancora più significativo è il dato dell’Eurispes: ogni anno l’Italia perde circa 34.700 giovani, con un impatto stimato di 1,66 miliardi di PIL. Non si tratta solo di numeri, ma di vite che si spostano, competenze che si trasferiscono, energie che si disperdono altrove.
Un’anomalia tutta italiana
Il quadro che emerge è quasi paradossale. L’Italia, spiega Eurispes, è «un Paese con un’economia avanzata ma condizioni per i giovani da periferia europea».
Un’affermazione forte, ma supportata dai dati. Tra il 2019 e il 2023, oltre 294.000 giovani tra i 20 e i 39 anni hanno lasciato il Paese, a fronte di circa 120.000 rientri. Il saldo è netto: più di 173.000 giovani non sono tornati.
Le destinazioni principali? Svizzera, Austria e Regno Unito. Luoghi dove il lavoro non è solo più accessibile, ma anche meglio retribuito e più stabile.
Giovani formati, ma senza spazio
A rendere il fenomeno ancora più critico è un dettaglio fondamentale: a partire sono sempre più spesso i laureati. Se nel 2019 rappresentavano il 38,7% degli emigrati, nel 2023 hanno superato il 50%. È il cuore del problema: l’Italia forma talenti che poi non riesce a trattenere.
I dati sull’occupazione parlano chiaro. Solo il 67,6% degli under 35 trova lavoro entro tre anni dalla laurea, contro una media europea dell’81% e punte del 90% in Germania. Ancora più evidente il divario con alcuni Paesi dell’Est Europa, dove i tassi di occupazione superano quelli italiani.
Il lavoro che non basta
Anche quando il lavoro c’è, spesso non è sufficiente. I salari restano bassi, la crescita è lenta, e costruire una vita autonoma diventa complicato.
Il fenomeno dei part-time involontari è tra i più alti in Europa, mentre il dato sui NEET — giovani che non studiano e non lavorano — raggiunge il 22%, quasi il triplo rispetto ai Paesi del Nord Europa. In questo contesto, partire smette di essere una scelta e diventa una necessità.
Il paradosso del PIL
Ed è qui che emerge il vero cortocircuito. Con un PIL pro capite di oltre 30.000 euro, l’Italia supera molti Paesi europei, ma offre ai giovani condizioni peggiori rispetto a realtà come Bulgaria, Polonia o Croazia.
Una contraddizione che, secondo Gian Maria Fara, non è temporanea ma strutturale. Il sistema economico e occupazionale italiano, così com’è, continua a produrre squilibri che si riflettono soprattutto sulle nuove generazioni.
Non è una fuga, è una ricerca
Ridurre tutto a “fuga di cervelli” rischia di semplificare troppo. I giovani che partono non stanno scappando: stanno cercando qualcosa. Cercano meritocrazia, stabilità, possibilità di crescita, ma anche una qualità della vita che permetta di immaginare un futuro. Un lavoro che non sia solo sopravvivenza, ma progetto.
E se il problema fosse qui?
Il punto, forse, non è perché i giovani se ne vadano, ma perché restare sia così difficile. Continuare a raccontarli come disinteressati o svogliati significa ignorare il contesto reale in cui si muovono. Le esperienze degli altri Paesi mostrano che il cambiamento è possibile, ma richiede interventi strutturali, continuità e una visione chiara. Non bastano misure isolate.
Il futuro che resta (o che parte)
L’obiettivo, secondo Eurispes, non è fermare completamente l’emigrazione, ma ridurre la perdita e trasformarla in una circolazione di talenti. Un sistema in cui partire non significhi tagliare i ponti, ma poter scegliere di tornare.
Per ora, però, la direzione è chiara e racconta di una generazione che, per costruirsi un futuro, ha dovuto cercarlo altrove.