Dieci anni senza Giulio

25 January 2026

Giulio Regeni era un dottorando italiano dell’Università di Cambridge. Il 25 gennaio 2016 scompare al Cairo. Il 3 febbraio il suo corpo viene ritrovato senza vita, lungo una strada alla periferia della città: presenta segni evidenti di torture prolungate. Da allora, nonostante indagini, processi e prove raccolte, la verità giudiziaria completa e la giustizia non sono mai arrivate.

Dieci anni non sono un numero. Sono un peso.

Dieci anni da quando Giulio Regeni è stato strappato alla vita, alla ricerca, alla possibilità di tornare a casa. Dieci anni di silenzi, depistaggi, verità negate. Dieci anni in cui la parola giustizia è stata pronunciata mille volte, ma raramente ascoltata.

Giulio non era un eroe nel senso retorico del termine: era un ragazzo, uno studioso, uno di quelli che credono che capire il mondo sia il primo passo per cambiarlo. Ed è forse proprio questo che lo ha reso pericoloso: la curiosità, l’intelligenza, la libertà di pensiero. In un mondo che teme le domande, Giulio ne faceva troppe.

Dieci anni fa il suo corpo martoriato ci ha costretti a guardare. A guardare davvero. A fare i conti con la tortura, con la violenza di Stato, con la complicità internazionale, con il prezzo che a volte si paga per dire la verità. Non era lontano, non era astratto: era un italiano, un figlio, un amico. Poteva essere chiunque.

Eppure, col passare del tempo, il rischio più grande è sempre lo stesso: l’abitudine. L’assuefazione. Il calendario che scorre e rende tutto più sopportabile, più vago, più comodo. Dieci anni dopo, qualcuno spera ancora che il nome di Giulio si sbiadisca. Che diventi una pagina d’archivio, una commemorazione stanca, un hashtag dimenticato.

Non possiamo permetterlo perché Giulio Regeni non è solo una vittima. È una domanda aperta. È lo specchio di ciò che siamo disposti a tollerare. È il confine, sottile e fragile, tra i diritti proclamati e quelli realmente difesi. Finché non ci sarà verità, finché non ci saranno responsabili riconosciuti e condannati, quella ferita resterà aperta. Non solo per la sua famiglia, ma per tutti noi.

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La forza più grande in questi dieci anni non è venuta dai palazzi del potere. È venuta dalla tenacia ostinata dei genitori di Giulio, dal loro rifiuto di tacere, dal loro dolore trasformato in lotta civile. È venuta da chi ha continuato a dire il suo nome nelle piazze, nelle scuole, sui muri delle città. Verità per Giulio Regeni non è uno slogan: è un dovere.

Dieci anni dopo, la domanda non è cosa ricordiamo di Giulio. La vera domanda è cosa facciamo, oggi, di quella memoria. Se la memoria serve solo a commemorare, allora è inutile. Ma se serve a scegliere da che parte stare, a pretendere responsabilità, a non chiudere gli occhi davanti alle torture, alle sparizioni, alle menzogne, allora diventa un atto politico nel senso più alto del termine: un atto umano.

Giulio Regeni aveva trent’anni quando è stato ucciso. Da dieci anni non può più parlare. Ma noi sì. E finché continueremo a farlo, finché continueremo a chiedere verità e giustizia senza abbassare la voce, Giulio non sarà solo un nome inciso nella memoria. Sarà una coscienza che non ci lascia in pace, ed è esattamente quello che deve essere.

di Giorgia Pellegrini

Foto e video liberi da copyright 

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