Donne, non solo vittime

13 September 2026

Quasi 100 donne assassinate nel 2025, 34 – e forse più – dall’inizio di quest’anno: cifre che mettono i brividi, numeri che non possono e non devono essere dimenticati, dati che raccontano di un’emergenza ancora troppo ricorrente.

Oggi le buste con gli inviti per la festa della “non indifferenza” sono state inviate a tutti i cittadini d’Italia – e del mondo – dal nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che il 17 settembre si recherà presso la Stanza Rosa dell’ospedale di Grosseto, nacque il Codice Rosa.

La Stanza Rosa, il luogo in cui la paura trova ascolto

La storia della Stanza Rosa affonda le proprie radici nel 2009, proprio all’Ospedale Misericordia di Grosseto, dove nacque il Codice Rosa, un protocollo pensato per garantire alle persone vittime di violenza – in particolare donne e minori, ma anche persone vulnerabili e vittime di crimini d’odio – un percorso di assistenza dedicato. L’obiettivo era semplice e, allo stesso tempo, fondamentale: fare in modo che chi arrivava in Pronto Soccorso dopo aver subito una violenza non fosse costretto ad affrontare da solo anche il percorso successivo.

Il Codice Rosa prevede procedure specifiche di allerta e l’attivazione di una rete di interventi che coinvolge l’assistenza sanitaria e i servizi territoriali, nell’ottica di una presa in carico complessiva della vittima. L’esperienza nata a Grosseto è stata poi estesa: nel 2011 è diventata un progetto regionale toscano e nel 2016 una vera e propria rete clinica, contribuendo anche alla successiva definizione delle linee guida nazionali.

La Stanza Rosa rappresenta, concretamente, uno degli spazi attraverso i quali questo percorso può essere accolto. Si tratta di un ambiente protetto, pensato per permettere alla vittima di raccontare ciò che è accaduto in condizioni di maggiore riservatezza e sicurezza, perché quando una donna arriva in ospedale dopo una violenza, la ferita non è sempre soltanto quella che si vede, può esserci una cicatrice nascosta, una paura, vergogna, può esserci il timore di non essere creduta oppure quello di tornare a casa una volta dimessa. Per questo la Stanza Rosa è molto più di un ambiente con quattro pareti: può diventare il luogo nel quale una donna sente di non essere sola.

Il femminicidio diventa reato

Accanto alla costruzione di una rete di assistenza e prevenzione, negli ultimi anni è cambiato anche il quadro giuridico. Con la legge 2 dicembre 2025, n. 181, entrata in vigore il 17 dicembre dello stesso anno, l'Italia ha introdotto nel codice penale il delitto autonomo di femminicidio, all'articolo 577-bis. La legge prevede interventi per il contrasto alla violenza nei confronti delle donne e anche per la tutela delle vittime.

Non si tratta soltanto dell'introduzione di una nuova parola nel codice penale, il femminicidio identifica una specifica forma di violenza letale legata alla condizione della donna, alla sua autodeterminazione, al rapporto affettivo o al controllo esercitato su di lei. La nuova fattispecie rappresenta quindi anche un riconoscimento giuridico della particolare natura di una parte degli omicidi di donne. La legge stabilisce, nei casi previsti, la pena dell'ergastolo e interviene anche su altri aspetti della tutela delle vittime e degli orfani di femminicidio.

Tuttavia una legge, da sola, non può bastare: può punire chi ha commesso un delitto, rafforzare gli strumenti dello Stato, riconoscere giuridicamente un fenomeno – conquista non da poco –, ma non può però restituire una figlia ai genitori, una madre ai suoi figli, una donna alle sue passioni. Per questo, alla repressione deve continuare ad affiancarsi la prevenzione. Bisogna arrivare prima: prima dell'ultimo gesto, prima dell'ultima minaccia, prima del “giorno del chiarimento”, prima che una donna sia costretta a scegliere tra la paura e la propria libertà.

Dietro ogni numero c’è un volto

In questo momento, perciò, la visita di Sergio Mattarella alla Stanza Rosa assume un significato particolare: si tratta della presenza concreta dello Stato accanto alle vittime. E mentre oggi c’è ancora chi sostiene che “il femminicidio non esiste”, nella Stanza Rosa, ogni giorno, la violenza arriva con il volto di una persona.

Di certo questa Stanza non è una soluzione, ma può diventare il primo passo di un percorso nel quale la vittima non dovrebbe più sentirsi soltanto una vittima, ma tornare a essere, prima di tutto, una persona da ascoltare, proteggere e aiutare.

Per questo i numeri riportati all’inizio sono necessari, perché servono a fotografare la dimensione del fenomeno, a ricordare che l'emergenza esiste e che non può essere dimenticata.

I numeri, però, non possono essere l'unica cosa che resta, perché dietro quelle cifre ci sono nomi e dietro ogni singolo nome c’è una vita, una storia, una famiglia, una quotidianità interrotta per sempre. Perciò il compito delle istituzioni non dovrebbe essere soltanto contare quante donne sono state uccise, ma fare tutto ciò che è possibile affinché non venga aggiunto nessun nome a quella lista.

Un dovere collettivo

Tuttavia bisogna tenere a mente che nessuna legge, nessun protocollo e nessuna Stanza possono essere sufficienti se, fuori da quegli spazi, non cambia qualcosa anche dentro di noi. La lotta alla violenza contro le donne non può essere delegata soltanto alle istituzioni, alle forze dell'ordine, alla magistratura, agli ospedali o ai centri antiviolenza, è una responsabilità collettiva e prima ancora personale.

Abbiamo il dovere di non dimenticare. Di non abituarci ai numeri, di non considerare il femminicidio “l’ennesima notizia che passa al telegiornale”, perché quando ci abituiamo alla violenza, rischiamo di trasformare un gesto crudele in una statistica e una vita spezzata in un numero.

Abbiamo il dovere di educare. Educare al rispetto, alla libertà, al consenso, educare i nostri figli e le nostre figlie a riconoscere che amare non significa possedere e controllare non vuol dire prendersi cura, che la gelosia non è una prova d'affetto e che un “no” non è una colpa o un torto, ma una risposta giusta e legittima.

Abbiamo il dovere di ascoltare. Di prestare attenzione a chi ci sta accanto, di far caso a una persona che cambia improvvisamente, che si isola, che ha paura, che trova sempre una giustificazione per il comportamento di chi le fa del male. A volte una domanda, una parola, una presenza possono essere il primo passo verso una richiesta di aiuto.

Abbiamo il dovere di indignarci prima della tragedia. Dobbiamo imparare a riconoscere la violenza quando si presenta con il volto di un comportamento che qualcuno definisce semplicemente “gelosia”, “litigio”, “questione privata”, perché non è una questione privata quando una persona vive nella paura, non è un banale litigio quando c'è controllo, non è gelosia quando una donna deve rinunciare alla propria libertà per sentirsi al sicuro.

La responsabilità, allora, comincia molto prima di una denuncia e molto prima della Stanza Rosa. Parte dalle famiglie, dalle scuole, dalle amicizie, dai luoghi di lavoro, dalle parole che selezioniamo ogni giorno. Comincia quando scegliamo di non voltare lo sguardo, di non minimizzare, di non restare in silenzio davanti a una violenza. Comincia sempre dal comportamento di ognuno di noi.

di Alessia Folli

Foto di copertina di www.lacronacadiroma.it

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