Maduro davanti al giudice
06 January 2026
Ieri, quando Nicolas Maduro è entrato nell’aula del tribunale federale di New York, ammanettato e circondato da uomini armati, non sembrava un presidente deposto né un imputato come gli altri. Sembrava piuttosto un uomo capitato per errore nel luogo sbagliato, come se il tribunale fosse sorto durante la notte al posto del palazzo presidenziale, e qualcuno avesse deciso che ormai non valeva più la pena tornare indietro.
«Sono innocente», ha detto. Poi, quasi distrattamente: «Sono sempre il presidente del mio Paese».
Nell’aula nessuno ha reagito. Il giudice ha continuato a leggere le accuse con voce neutra: narcotraffico, terrorismo, cospirazione, armi. Parole pesanti, pronunciate come se fossero normali, come se descrivessero un inventario. Maduro ascoltava in piedi, assistito da un interprete, mentre il suo Paese, a migliaia di chilometri di distanza, restava senza di lui ma anche senza un vero dopo.
Fuori dal tribunale, ieri, i giornalisti aspettavano dietro le transenne. Alcuni parlavano di diritto internazionale, altri di petrolio. Le azioni delle grandi compagnie energetiche salivano a Wall Street, mentre in Venezuela la gente attraversava i confini per cercare cibo. Le due cose accadevano nello stesso momento, ma nessuno sembrava trovarle incompatibili.

Nelle stesse ore, a poche strade di distanza, al Palazzo di Vetro, il Consiglio di sicurezza dell’ONU discuteva della situazione in Venezuela. Il segretario generale Antonio Guterres esprimeva «profonda preoccupazione» per il mancato rispetto del diritto internazionale. Le parole erano misurate, prudenti, mentre il fatto: un presidente catturato da un esercito straniero; restava sul tavolo, ingombrante, come un oggetto che nessuno sa dove riporre.
Intanto, a Caracas, Delcy Rodríguez giurava come presidente ad interim. Parlava di dialogo, di rapporti equilibrati, di rispetto reciproco. Da Washington arrivava una risposta altrettanto calma: collaborazione sì, riconoscimento no. «A Caracas siamo noi al comando», aveva detto il presidente degli Stati Uniti, con una semplicità che non ammetteva repliche.
Maduro, ieri sera, è stato riportato in carcere. Un elicottero lo ha sollevato sopra la città, sopra i fiumi, sopra l’oceano. Dal finestrino blindato New York appariva ordinata, immobile, sicura di sé. Forse, per la prima volta in quella giornata, tutto sembrava al suo posto.
La prossima udienza è fissata per il 17 marzo. Fino ad allora il Venezuela resterà in attesa, come una stanza dopo un trasloco, con le pareti spoglie e una domanda che nessuno osa formulare apertamente: chi è, adesso, il presidente?
di Giorgia Pellegrini
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