Sì lo voglio, senza consenso è stupro
16 November 2025
A Montecitorio, mercoledì sera, l’aria sapeva di quelle notti in cui qualcosa cambia davvero, come quando la città, senza accorgersene, scopre che l’inverno ha mollato la presa. Un attimo prima tutto sembrava immobile, intrappolato tra resistenze, rinvii, cavilli; un attimo dopo, il lampo: il voto unanime sul principio che senza consenso è stupro.
Una frase che a leggerla pare ovvia, quasi banale, e che invece banale non è: c’è voluto mezzo secolo di esitazioni perché il consenso diventasse finalmente il perno della legge. Adesso quella frase vive nelle norme, è scolpita, dichiarata, riconosciuta.
A firmare l’accordo sono state due donne, e due donne l’hanno scritto. Un’intesa nata dal dialogo fra leader che, per una volta, hanno deciso di guardare nella stessa direzione. Un piccolo miracolo, direbbero le attiviste. Uno di quei colpi di scena che capitano quando nessuno ci crede più.
Nel nuovo articolo la parola chiave è una sola: consenso. Non più un dettaglio nascosto tra le pieghe delle testimonianze, ma la stella polare intorno a cui ruota tutto. Deve essere libero, presente, continuo, può mutare, interrompersi, spegnersi di colpo come una luce in una stanza.
E soprattutto: il silenzio non basta. L’assenza non è assenso. Il corpo non parla per metafore.

Intanto la Camera prepara il passaggio in Aula e qualcuno ricorda che altri Paesi europei (Francia, Spagna, Svezia) ci erano già arrivati, ognuno con una propria norma centrata proprio sul concetto di atto non consensuale. L’Italia, stavolta, decide di mettersi al passo.
Questa svolta non nasce nel vuoto: ha alle spalle anni di campagne, di piazze, di slogan ripetuti come un rosario civile. C’è la voce di Amnesty, c’è il grido della campagna #IoLoChiedo, c’è quel mantra ostinato: se io non voglio, tu non puoi.
E soprattutto ci sono loro, le esperte dei centri antiviolenza, che da anni vedono da vicino la fatica di chi varca la soglia di un tribunale con il timore di essere di nuovo messa in discussione. Festeggiano, sì, ma con prudenza: sanno che la legge deve essere applicata con attenzione, che serve formazione, che un cattivo processo può trasformarsi in vittimizzazione secondaria.
In Parlamento, per una volta, la politica si ritrova unita. Una fotografia rara, quasi commovente: un voto unanime su un tema che riguarda la carne viva di un Paese che, troppo spesso, si scopre ferito.
Forse è questo il gesto più prezioso: non la retorica dell’accordo, ma il riconoscimento concreto che la libertà delle donne non è più materia negoziabile.
E così, mentre la norma avanza verso il Senato, la città si prepara a un nuovo 25 novembre, a un’altra lista di nomi, a un’altra memoria che fa male. Ma qualcosa, quest’anno, sarà diverso.
Perché a volte una sola parola può cambiare la traiettoria di un paese.
E quella parola, ora, è limpida. È netta.
È sì.
di Giorgia Pellegrini
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