Andrea Petrucci, luce che non chiede di essere vista

20 December 2025

A volte le interviste iniziano in modo ordinato.
Altre volte, come questa, cominciano con uno schermo che gira, un’inquadratura al contrario, Siri che si attiva per sbaglio e due persone che ridono cercando di capirsi. Ed è forse già tutto lì: la vita che non è mai perfetta, ma vera.

Andrea Petrucci appare sullo schermo con la stessa naturalezza con cui canta. Nessuna maschera, nessuna sovrastruttura. Luce Nascosta, il suo nuovo singolo, non è una canzone che chiede di essere guardata: chiede di essere ascoltata. In un tempo dominato dalle immagini, Andrea fa un gesto controcorrente: chiude gli occhi.

«Tutto è partito da una scena», racconta. «Un bambino non vedente che muoveva i primi passi con il bastone bianco. Da lì è nato qualcosa dentro di me».
Poi il buio volontario, necessario. Gli occhi chiusi per vedere meglio. Perché le sue canzoni, dice, nascono tutte così: prima dentro, poi fuori.

Da quell’immagine iniziale, Luce Nascosta diventa un racconto più ampio, universale. Andrea sceglie l’amore come linguaggio comune, una coppia in cui uno dei due non vede, ma sente. E l’altro diventa orientamento, presenza, luce. «Quando due persone si incontrano davvero», spiega, «c’è già luce. È uno scambio armonico, quasi divino».

Nelle sue parole ritorna spesso questo concetto: contatto divino. Non come qualcosa di astratto, ma come una connessione profonda con ciò che si sente. Andrea si definisce autodidatta, ma la sua scrittura ha la consapevolezza di chi ha attraversato il silenzio. Dopo la perdita della compagna, nel 2021, la musica si era fermata. Il canale si era chiuso. Poi, lentamente, si è riaperto.

«Ho dovuto fermarmi per capire cos’è davvero la vita», dice. «Quello che vediamo è solo una piccola parte. La vita è altro».
Da quel silenzio sono nati prima Una notte eterna, poi Luce Nascosta. Non come ritorno rumoroso, ma come rinascita quieta.

Il videoclip segue la stessa direzione: essenziale, intimo, senza fronzoli. Solo il suo volto, le espressioni, la voce. «Volevo essere diretto», racconta. «Niente distrazioni. La musica, il testo. Tutto il resto non serviva». Girato con un iPhone, una pellicola da cinema muto e una scelta chiara: togliere per arrivare.

E arriva, forte e chiaro. Perché Luce Nascosta parla di persone non vedenti senza pietismo, senza etichette. Andrea tiene molto a questo punto: «Non voglio essere “quello che canta di”. Io canto l’amore, la vita, i messaggi positivi. Tutto il resto è parte del percorso, non una definizione».

Il suo è un cammino che parte da Ascoli Piceno, passa per Milano e attraversa un’industria musicale profondamente cambiata. «Da 0 a 10 l’ho fatto ad Ascoli, da 10 a 1000 a Milano», dice sorridendo. «Nel 2010 era tutto diverso. Oggi i locali non ci sono più, al loro posto parcheggi. La musica è cambiata, il mondo è cambiato».

Ma qualcosa resta. La scrittura, per lui, non è un atto razionale: arriva quando vuole lei. «È nell’aria», dice. «È già tutto scritto. Noi possiamo solo intercettarla». Quando il canale è aperto, la melodia nasce già completa nella sua testa. Poi arriva il lavoro, la costruzione, la collaborazione. Ma l’origine è sempre la stessa: sentire.

Oggi Andrea si dice soddisfatto. È rientrato. È tornato a proiettare la sua luce. Lavora anche nel mondo degli audiolibri, un universo che dialoga profondamente con il senso del brano. «Tutto è collegato», ripete più volte. E non sembra una frase fatta.

Quando gli chiedo cos’è oggi, per lui, una luce nascosta, non ha dubbi: «È quella che dobbiamo tirare fuori. Non dobbiamo espandere le tenebre, ma la luce. Ognuno di noi ce l’ha. Bisogna solo avere il coraggio di proiettarla».

È forse questo il cuore dell’intervista. Non solo una canzone, ma un invito. A vivere, non a sopravvivere. A guardarsi allo specchio e dirsi: sono io, e va bene così. A credere che anche nel buio esista una direzione possibile.

Se chi ascolta Luce Nascosta si porta via una sola sensazione, Andrea spera sia questa: la voglia di accendere la propria luce.

E mentre lo schermo si spegne, resta addosso una sensazione rara: quella di aver parlato con qualcuno che non canta per farsi vedere, ma per far vedere meglio gli altri.

di Giorgia Pellegrini

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