Khaled, un mare di speranza
La sua voglia di vivere risuona ancora nella mia cucina; mi diceva sempre girandomi attorno che voleva andare in Italia, che era il suo sogno, perché “quella si che era vita vera”; a volte mi arrabbiavo e mi mettevo ad urlare ma lui sorrideva, mi voleva bene e sapeva che lo perdonavo sempre; altre volte sorridevo tra me e me e mi dicevo che mio figlio aveva degli strani sogni.
Non lo sapevo che presto sarebbe diventato il nostro incubo. E la mia morte.
La televisione, Internet e i cellulari hanno convinto il mio Khaled e tanti suoi amici che il sogno era lì, a poche ore, dopo il mare laggiù.
L’ ho amato sempre il mio mare, l’ho sempre respirato passeggiando sulla sabbia morbida, da quando sono nata e ho sempre portato anche Kahled al mare. Le spiagge nella mia città sono lunghe lunghe, le sfumature immense e all’orizzonte possiamo immaginare i mille volte di una nuova vita.
Khaled però lo sapeva che quando insiste mi fa arrabbiare e soprattutto preoccupare, allora cambiavo stanza e mi tappavo le orecchie così la smetteva.
Ricordo ancora quel pomeriggio di settembre, stavo leggendo un libro nella mia veranda e mi sono trovata davanti Khaled con uno sguardo diverso dal solito…..”mamma parto, voglio studiare in Italia e scoprire l’Europa, vado insieme ad altri ragazzi”.
Vedo pronto un piccolo zaino con tutte le sue cose dentro, mi rassicura che ha soldi perché lo zio lo ha pagato bene per il suo lavoro e devo stare tranquilla. Stavolta non scherzava, una mamma lo sente e conosce suo figlio. Così ho pianto, l’ho implorato e pregato ma non è servito a nulla.
E mi ritrovo a non dormire perché da qualche giorno non ho più notizie. Forse il mare era agitato e non sono partiti ma hanno rimandato, forse ci ha ripensato e torna da un momento e l’altro, forse è già arrivato ma l’emozione è troppa si è dimenticato di chiamare la sua mamma.
Ma il cellulare suona e lui non risponde. Nemmeno le altre mamme che conosco hanno ricevuto notizia, iniziamo ad incontrarci e organizziamo per andare a chiedere notizie la mattina successiva. La sera accendo la tv con la paura di quelle notizie che ho visto tante volte, cambio stazione televisiva e passo all’unico canale italiano che Khaled guardava sempre, amava l’italiano e lo stava studiando.
Dopo qualche immagine inizia il notiziario, ricordavo bene era alle ore 20, e vedo quello che non avrei mai voluto, vedo il mio mare, un battello pieno di gente, poi vedo polizia e donne che piangono disperate. Non capisco l’italiano, perché non l’ho imparato anche io! Ma ho una stretta improvvisa al cuore, le mamme queste cose le capiscono.
Così la mattina dopo corriamo alla ricerca di notizie e ci danno la nostra condanna: 178 persone morte e 30 dispersi; qualcuno ha raggiunto Lampedusa, il battello si è rovesciato e tante persone sono annegate. No Khaled non può essere morto dico alle volontarie, sapeva nuotare bene e poi doveva andare a studiare in Europa.
Allora aspetto, piango, lo chiamo e smetto di vivere. Perché io oggi non lo so sé Khaled è arrivato oppure no, non so se è stato catturato ed è in prigione. Ora il cellulare si sarà scaricato perché è spento, non lo so se ha con se il caricabatteria.
Ora devo organizzarmi ed andare anche io in Italia, intanto a Lampedusa perché con qualcuno devo parlare. Perché non mi danno una risposta? È mio figlio e io voglio solo sapere se lo rivedrò oppure no. Ogni sera, piangendo e sola, vado sula spiaggia e guardo lontano ma il mio mare non è più così bello adesso.
di Sara De Rosa
Foto: Sara Rizzo, Installation view, 2024 di Adrian Paci
Il vostro cielo fu mare, il vostro mare fu cielo
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