La Vucciria, vent’anni fa

01 November 2026

VUCCIRIA-TYPES

Macellai, fruttivendoli, acquirenti, semplici passanti, immortalati un ventennio fa alla Vucciria di Palermo, poco prima che lo storico e vivace mercato si trasformasse in un caotico e uniforme luogo di movida.

 

In piedi su uno sgabello sgangherato davanti alla propria macelleria, lo sguardo autocompiaciuto rivolto alla macchina fotografica (e quindi al fotografo ed a noi osservatori), “i vuccieri ra Vucciria”(1) esibiscono orgogliosamente le “insegne” del loro “rango”, ostentando una fierezza non inferiore a quella de Il cavaliere in rosa (o forse, più appropriatamente, de Il sarto) del Moroni o di tanti altri (più o meno)illustri personaggi effigiati dai grandi ritrattisti dei secoli trascorsi.

Paragone – questo con la migliore ritrattistica d’altri tempi – che potrebbe apparire assai azzardato e irriverente, se non  fosse per il fatto che Alessandro Di Giugno – autore di queste fotografie – è da sempre un arguto e valente ritrattista, capace – seppur in termini paradossali e con connotazioni di umorismo surreale – di cogliere impareggiabilmente, attraverso l’istantanea fissazione del sembiante, i tratti salienti e caratterizzanti del profilo psicosociale dei soggetti immortalati.

Non si tratta di cristallizzare solamente il “qui ed ora”, ricercando l’esclusiva fedeltà ottica e puntando alla mera resa cronachistica, né – tanto meno – di operare una “osservazione partecipante” con finalitàdichiaratamente etnoantropologiche; la carrellata di ritratti (ben 12) realizzata da Alessandro al mercato della Vucciria nell’ormai lontano 2007, pur costituendo un’efficace “testimonianza storica” di ciò che quello spazio è stato fino a qualche decennio fa (prima di diventare luogo di “movida” e gozzoviglia, e diciamo pure di degrado), infatti si connota non solo per il suo essere un dettagliato documento visuale di chi e di cosa c’era, ma soprattutto per il fatto d’essere un insieme di singole narrazioni artificiose (nell’accezione positiva del termine, cioè di fatte sapientemente ad arte) perfettamente concluse in sé, che tuttavia si integrano armoniosamente in una più grande fabulazione per immagini dall’eloquio assai più efficace di qualsivoglia – benché puntuale – reportage fotografico.

Scelti con oculata maestria, messi “in posa” e composti nello scenario con un approccio eminentemente “pittorico” (tutti sul già citato sgabello-podio e con i “ferri del mestiere” ben in vista), i vari personaggi selezionati da Alessandro rispondono dunque ad un criterio basilare: quello di “raccontare” (e non soltanto descrivere) un intero “mondo” con tutti i suoi possibili aspetti e caratteri, non limitandosi esclusivamente alla scelta della “migliore inquadratura” ma operando – ad arte, come detto – un’integrale costruzione narrativa delle immagini in termini di invenzione, regia, luci, costumi e scenografia. Si tratti dei suddetti macellai o dei due pescivendoli (dai “falari”, ovvero grembiuli, di intensa colorazione manierista) o del fruttivendolo (che mostra un suo prodotto come un letterato d’altri tempi avrebbe esibito i suoi libri o un collezionista d’antichità i suoi reperti), del giovane “picciotto” di colore o di altri individui dagli atteggiamenti più o meno picareschi, dell’ilare signora col figlioletto (secondo uno schema tipico dei ritratti femminili) o della ragazza dai capelli rossi dalla consapevole posa statuaria (“canoviana”, si potrebbe dire) o infine del nostro stesso autore (dalla postura e mimica non meno sfrontate di quelle dei suoi variegati attori), tutti questi ritratti contribuiscono dunque a evocare un luogo fisico (che però è anche simbolico) e le sue complesse dinamiche socio-culturali con una efficacia visiva di estrema penetranza, restituendo agli osservatori – oggi come nel 2007 e proprio in virtù del loro tono favolistico – quel mood e quelle atmosfere (peculiari e irripetibili) di tutto ciò che è stato e adesso non è più.


Nessun afflato elegiaco
– sia chiaro – né alcuna volontà di cristallizzazione del dato “folklorico” con modalità di tipo tassonomico, ma una sorta di “cuntu” per immagini (della serie <<e c’era e c’era…>>) in grado di fissare con un lessico umoristico (però capace di indurre una profonda riflessione) il grande mercato palermitano (e con esso la sua gente) un attimo prima (o proprio all’inizio) di quell’irreversibile crepuscolo, di quella trasformazione e decadenza che ne hanno cancellato drasticamente l’identità.

E non è un caso che Alessandro abbia – per così dire – “ritirato fuori” proprio adesso – in coincidenza col cinquantenario della realizzazione della Vucciria di Guttuso – queste sue foto; e questo non per voler sfruttare l’abbrivio dato dalla commemorazione o per volersi mettere in alcun modo in competizione col pittore bagherese, ma per dare un ulteriore contributo visivo ad una obbligata meditazione sulle perverse dinamiche (di sfruttamento e gentrificazione) che ormai da anni investono e travolgono – e non solo a Palermo – i luoghi storici (e chi li abita), determinando un dilavamento progressivo d’ogni segno e traccia autoctoni (buoni o cattivi che siano) in un triste adeguamento a canoni convenuti dalla seriale uniformità.

Una operazione – questa attuata da Di Giugno – che non implica pertanto alcuna malcelata o esibita volontà di alimentare meccanismi (per altro fuori tempo massimo) di mummificazione etnoantropologica, finalizzati a preservare una presunta “genuinità” dei luoghi e delle genti (come vorrebbe certa destra sovranista, ignorante e scervellata); ma un richiamo voluto e ponderato – attraverso il meccanismo della fabulazione immaginifica – al mantenimento d’una memoria duratura e consapevole che indichi chi siamo  e da dove veniamo, e che consenta – di conseguenza – di maturare quelle difese culturali, quegli anticorpi dell’intelligenza, grazie ai quali contrastare quei processi di potere (economico-comunicativi) il cui obiettivo prioritario è uniformare tutto e tutti in una mediocre disidentità.

La mostra sarà visibile fino al 10 novembre alla Galleria Scafidi di Villa Niscemi (Palermo), dal lunedì al venerdì, dalle 17 alle 19.

(1) letteralmente, per i non palermitani, “i macellai della macelleria”, termini vernacolari derivanti dai corrispettivi francesi boucher e boucherie.

di Salvo Ferlito

Foto e video liberi da copyright

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