Influencer al Lido

10 September 2026

Venezia 2026 racconta una trasformazione che va oltre il red carpet: i creator non sono più soltanto spettatori della Mostra, ma stanno entrando nella comunicazione e nell'economia dell'audiovisivo. E la domanda, allora, non è più perché siano lì, ma che cosa rappresenti la loro presenza.

C'è un momento, ogni settembre, in cui Venezia sembra appartenere a tutti e a nessuno. Il Lido si riempie di fotografi, giornalisti, attori, produttori, registi, addetti ai lavori, appassionati e curiosi. Le automobili arrivano davanti all'Excelsior, le barche attraversano la laguna, davanti al Palazzo del Cinema si formano le code e, poco più in là, il red carpet comincia a trasformarsi nel grande spettacolo che milioni di persone seguiranno da lontano.

La 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica è cominciata il 2 settembre 2026 e terminerà il 12 settembre. Per dodici giorni il Lido torna a essere uno dei luoghi più osservati dell'industria cinematografica internazionale. Ma basta guardare con un po' più di attenzione per accorgersi che, accanto ai protagonisti tradizionali del cinema, c'è ormai un'altra presenza diventata difficile da ignorare: quella dei creator digitali.

La domanda nasce quasi spontanea, soprattutto per chi continua ad associare Venezia all'idea classica del festival cinematografico: che cosa ci fanno gli influencer al Festival del Cinema?

La risposta, però, non sta soltanto nei selfie sul red carpet o nelle fotografie davanti al Palazzo del Cinema. Per capirla bisogna guardare a quello che è successo quest'anno, e soprattutto a quello che l'industria cinematografica ha deciso di fare con i creator. Perché nel 2026 Venezia non si è limitata a ospitarli, ha cominciato a discuterne seriamente il ruolo.

Il 2 settembre, mentre cominciava la Mostra, cominciava anche un esperimento, il dato più interessante arriva quasi in sordina.

Il 2 settembre, giorno dell'apertura della Mostra, ha debuttato al Lido Good Morning Venezia, un nuovo digital show realizzato dai creator dell'area Digital di ANICA, l'Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Digitali. Il progetto, sviluppato insieme alla Biennale, è stato pensato per accompagnare la Mostra dal 2 al 7 settembre e raccontare il festival attraverso un linguaggio digitale rivolto soprattutto a un pubblico giovane.

Non è un particolare marginale. Perché fino a qualche anno fa sarebbe stato sufficiente raccontare la presenza di influencer a Venezia come un fenomeno collaterale: qualcuno invitato da un marchio, qualche fotografia sul tappeto rosso, qualche contenuto pubblicato durante il festival. Quest'anno, invece, i creator sono stati coinvolti direttamente nella costruzione di un racconto sulla Mostra. E non per parlare soltanto di abiti o celebrity. Il format ha puntato sui film della sezione Orizzonti, sugli autori emergenti e sulle cinematografie meno conosciute, cercando di tradurre il linguaggio del festival in quello delle piattaforme digitali.

Non è un'attrice ma è ormai un'habituè del Festival di Venezia: «Un onore,  ma anche un po' d'ansia» - Unione Monregalese

È un passaggio che merita attenzione perché cambia la prospettiva: il creator non è più soltanto qualcuno che arriva al festival, ma qualcuno che il festival può utilizzare per raccontare se stesso.

Il 4 settembre il red carpet ha mostrato l'altra faccia del fenomeno

Due giorni dopo, il 4 settembre, Venezia ha offerto l'immagine che probabilmente ha fatto discutere di più. Alla première di "Mr. Nelson, Did You Kill People? " è arrivata Georgina Rodríguez, alla sua prima grande apparizione pubblica dopo il matrimonio con Cristiano Ronaldo. La sua presenza ha naturalmente generato una quantità enorme di attenzione mediatica, anche per la scelta dei gioielli e per l'abito indossato sul tappeto rosso. People ha documentato la sua partecipazione alla première del film proprio il 4 settembre.

Scollatura mozzafiato e sorriso smagliante: Georgina Rodríguez conquista  Venezia

Quello di Georgina è un caso interessante perché mette in evidenza una delle ambiguità del nuovo rapporto tra cinema e creator economy. La sua notorietà non nasce dal cinema. Il suo pubblico non la segue principalmente per il suo lavoro cinematografico Eppure la sua presenza a una première cinematografica genera una quantità di attenzione che, in termini di comunicazione, è difficile ignorare.

Lo stesso giorno, sul red carpet veneziano, hanno trovato spazio anche altri volti della creator economy, tra cui Giulia De Lellis. E questo ha reso ancora più evidente una tendenza che ormai non riguarda soltanto Venezia: il red carpet contemporaneo è diventato uno spazio nel quale cinema, moda, celebrity culture e comunicazione digitale si incontrano continuamente.

Giulia De Lellis al Festival di Venezia 2026 'in bianco' con l'abito fatto  coi centrini della nonna, foto - Gossip.it | News sul Gossip e VIP

La domanda, dunque, non è più se queste persone abbiano un ruolo cinematografico tradizionale. La domanda è quale valore abbia, per il cinema, la loro capacità di attirare pubblico e attenzione.

Il punto è proprio questo: l'attenzione è diventata una risorsa industriale

Per molto tempo il cinema ha ragionato soprattutto in termini di produzione e distribuzione. C'era un film, c'era una casa di produzione, c'era un distributore, c'erano le sale e c'era la stampa incaricata di raccontare l'opera. Oggi il percorso è molto meno lineare. Un film deve riuscire a emergere in un ambiente nel quale ogni giorno vengono prodotti e pubblicati milioni di contenuti. Deve trovare il proprio pubblico prima ancora che quel pubblico abbia deciso di cercarlo.

Il problema, quindi, non è soltanto produrre un buon film. È riuscire a far sapere che quel film esiste. È una differenza enorme. E qui entra in gioco il creator.

Un influencer non possiede necessariamente la competenza di un critico cinematografico, né la responsabilità editoriale di un giornalista. Ma possiede spesso una relazione diretta con una comunità. Ha persone che lo seguono, ascoltano ciò che dice, guardano ciò che mostra e, in alcuni casi, si fidano delle sue raccomandazioni. Per l'industria audiovisiva questa relazione ha un valore economico e culturale. Non perché un follower sia automaticamente uno spettatore, ma perché la curiosità è spesso il primo passo verso la visione.

Il 7 settembre Venezia ha messo questa trasformazione al centro del dibattito

La prova più evidente arriva il 7 settembre. All'Hotel Excelsior del Lido, ANICA ha organizzato Creators Meet Cinema. A Talk on the New Audiovisual Ecosystem, un incontro dedicato proprio al rapporto tra creator economy e industria audiovisiva. Il titolo dice già molto. Non “creator a Venezia”. Non “influencer sul red carpet”. Creators Meet Cinema.

Il tema non è più la loro presenza fisica al festival, ma l'incontro tra due ecosistemi.

Durante l'incontro si è discusso del ruolo che i creator possono avere nella progettazione e nella promozione di opere audiovisive, nei cortometraggi, nei documentari, nella valorizzazione culturale e nella relazione con il pubblico. Ed è probabilmente questo il punto nel quale il fenomeno smette di essere una curiosità mondana e diventa una questione industriale. Perché se una delle principali associazioni dell'industria audiovisiva italiana dedica un appuntamento ufficiale della Mostra alla creator economy, significa che il tema non può più essere liquidato come una moda passeggera.

Ma un creator è davvero parte del cinema?

La risposta, probabilmente, è: dipende. Ed è proprio questa la parte che spesso viene persa nelle discussioni sui social. Non tutti gli influencer sono uguali e non tutti hanno lo stesso rapporto con il cinema. C'è chi lavora esclusivamente con la moda e il lifestyle e viene invitato a un festival per la propria capacità di generare visibilità. C'è chi produce contenuti cinematografici da anni. C'è chi realizza podcast, chi fa recensioni, chi intervista registi e attori, chi collabora con produzioni e distributori.

La stessa Biennale, nelle proprie procedure di accreditamento, riconosce nel 2026 la categoria dei digital content creator tra i professionisti dell'industria, con requisiti specifici. Non basta quindi avere un account social molto seguito: per essere riconosciuti in quella categoria occorre dimostrare un'attività professionale pertinente, compresa una collaborazione con società cinematografiche.

È una distinzione importante perché permette di evitare un equivoco molto diffuso: avere tanti follower non significa automaticamente avere autorevolezza cinematografica. Un pubblico numeroso è una risorsa. La competenza è un'altra cosa.

E allora perché il cinema li cerca?

Perché il cinema ha bisogno di nuovi intermediari. Non è una novità assoluta. Ogni epoca ha avuto i propri intermediari culturali. 

Prima erano soprattutto i giornali, le riviste, la radio, la televisione. Poi sono arrivati i siti specializzati, i blog, YouTube. Oggi la conversazione cinematografica passa anche attraverso TikTok, Instagram, podcast e video brevi.

Il cambiamento non riguarda soltanto il luogo nel quale parliamo di cinema. Riguarda il momento in cui lo incontriamo.

Un tempo potevamo decidere di andare al cinema e poi scoprire un film. Oggi possiamo scoprire un film mentre stiamo guardando tutt'altro. È una differenza enorme. Un ragazzo può incontrare il nome di un regista in un video di trenta secondi, ascoltare una conversazione su un podcast, vedere una clip della première e soltanto dopo cercare il film.

Il percorso si è invertito e i creator sono diventati una delle porte d'ingresso.

Ma qui arriva anche il problema

Perché l'economia dell'attenzione ha una regola molto semplice: ciò che attira attenzione tende a essere premiato e il cinema non è sempre facile da trasformare in contenuto. Un film può essere lento, difficile, ambiguo. Può richiedere tempo, silenzio, concentrazione. Può non avere una scena facilmente trasformabile in un video di pochi secondi.

I social, invece, funzionano spesso sulla velocità. Una faccia riconoscibile funziona. Una fotografia spettacolare funziona. Una polemica funziona. Un vestito funziona. Una frase sorprendente funziona. Ed è qui che nasce una tensione che Venezia dovrebbe osservare con attenzione. Il film rischia di diventare il contenuto meno importante di tutto ciò che viene prodotto intorno al film. Non è un problema nuovo, ma oggi è molto più evidente. Il red carpet può generare più interazioni della recensione del film. Una celebrity può attirare più attenzione del regista. Una fotografia può essere condivisa più volte della trama. Eppure il motivo per cui quella persona è lì dovrebbe essere, almeno in teoria, un'opera cinematografica.

Venezia, però, non è mai stata soltanto cinema

Anche qui bisogna stare attenti alla nostalgia. Pensare a un passato completamente puro, nel quale il festival era soltanto cinema e oggi sarebbe improvvisamente diventato spettacolo, sarebbe una semplificazione.

La Mostra ha sempre avuto intorno a sé moda, fotografia, industria, lusso, sponsor, eventi, stampa internazionale e mondanità.

Nel 2026 questa dimensione è particolarmente evidente anche nella quantità di appuntamenti che si svolgono fuori dalle sale: Vogue ha raccontato nei primi giorni del festival eventi e serate organizzate da grandi marchi e realtà internazionali, tra cui Cartier, Miu Miu, DVF e amfAR.

I creator non hanno inventato questa contaminazione. L'hanno resa molto più visibile. La differenza è che oggi anche chi guarda da casa può partecipare alla costruzione di quella narrazione. Può commentare il vestito, criticare il film, condividere il video, trasformare una fotografia in un meme, rendere una persona ancora più famosa.

Il pubblico non è più soltanto il destinatario della comunicazione. È diventato parte della comunicazione.

VALENTINA CABASSI | VENICE RED CARPET♥? La bellissima @valentinacabassi  Valentina Cabassi sul red carpet dell'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica  di Venezia, con un look dal carattere dichiaratamente maschile: camicia  bianca, pantaloni neri

Il vero cambiamento è proprio qui

Forse allora continuiamo a porci la domanda sbagliata. “Che cosa ci fanno gli influencer a Venezia?” presuppone che il festival appartenga esclusivamente a chi fa cinema. Ma il cinema, per esistere nella società contemporanea, ha bisogno anche di essere raccontato, discusso, interpretato e scoperto. Questo non significa consegnare ai creator il ruolo del critico o del giornalista. Significa riconoscere che esiste un nuovo livello di mediazione culturale. Un creator può far conoscere un film a un pubblico che non legge una pagina di cultura, rendere familiare un nome sconosciuto, spiegare un genere, riportare una conversazione cinematografica dentro una comunità che normalmente non frequenterebbe una sala d'essai. E può anche, naturalmente, fare l'opposto: ridurre tutto a un abito, una fotografia o una collaborazione commerciale. Sono entrambe possibilità reali. Ed è proprio per questo che il fenomeno merita di essere osservato senza entusiasmo ingenuo e senza disprezzo.

Non è l'influencer il problema. È quello che facciamo del cinema.

La presenza dei creator a Venezia 2026 racconta, in fondo, una trasformazione molto più grande della loro stessa presenza. Racconta un'industria che ha capito che il pubblico è disperso su decine di piattaforme e che, per raggiungerlo, deve imparare nuovi linguaggi. Racconta una generazione che può scoprire un film attraverso una persona che segue ogni giorno. Racconta un festival che non vive più soltanto dentro le proprie sale, ma anche nelle fotografie, nei video, nei podcast, nelle dirette e nelle conversazioni che nascono intorno a quelle sale. E racconta anche un rischio.

Quello di confondere l'attenzione con il valore. Perché un film non diventa migliore perché ne parlano milioni di persone. E una persona non diventa automaticamente competente perché milioni di persone la seguono.

La sfida, per Venezia e per l'industria cinematografica, sarà allora trovare un equilibrio: utilizzare la forza della creator economy senza permettere che la logica dell'algoritmo finisca per decidere che cosa dobbiamo considerare importante.

Il 2026 ha mostrato che quel rapporto non è più teorico. Good Morning Venezia ha portato i creator dentro il racconto quotidiano della Mostra; il 7 settembre Creators Meet Cinema ha portato la creator economy dentro una discussione ufficiale sull'industria audiovisiva; e i red carpet dei primi giorni hanno mostrato quanto ormai siano vicini cinema, celebrity culture, moda e comunicazione digitale.

A questo punto forse non ha più senso chiedersi se gli influencer debbano stare a Venezia. Ci sono già. La domanda vera è molto più interessante: che cosa sapranno fare con quel posto?

Se riusciranno a portare nuovi spettatori verso film che altrimenti non avrebbero incontrato, avranno aggiunto qualcosa al cinema. Se riusciranno a raccontare un autore senza trasformarlo soltanto in un volto da feed, avranno fatto un lavoro utile. Se invece Venezia diventerà soltanto un magnifico sfondo per produrre contenuti su se stessi, allora il cinema avrà perso qualcosa. Forse, alla fine, è proprio questo il confine che vale la pena osservare. Non quello tra attori e influencer, né quello tra vecchi e nuovi media. Quello tra chi usa il cinema per raccontare qualcosa e chi usa il cinema soltanto per raccontare se stesso.

E mentre fuori dalla sala continuano i flash, le stories e le dirette, dentro resta ancora la cosa più semplice e più difficile da sostituire: un film che comincia, le luci che si spengono e qualcuno che finalmente smette di scorrere lo schermo per guardare un altro schermo.

di Giorgia Pellegrini

Foto e video liberi da copyright 

© RIPRODUZIONE RISERVATA copyright www.ilgiornaledelricordo.it 

 

News » FESTIVAL - Sede: Nazionale | Thursday 10 September 2026