MAR MEDITERRANEO CENTRO DI CIVILTA'

21 October 2016

di Pina D’Alatri

“Primo Mediterraneo” (Edizioni di storia e di studi sociali, 2016) di Sebastiano Tusa, famoso archeologo siciliano e sovrintendente del mare, si colloca tra le numerose opere che mettono in luce l’osmotico rapporto tra il Mar Mediterraneo e lo sviluppo della civilizzazione e della cultura che caratterizzò sia il bacino di quel mare che le propaggini europee. L’indagine coinvolge tanto la terra emersa che le profondità sottomarine, là dove giace un immenso tesoro archeologico solo in parte emerso. L’opera è costituita da un insieme di saggi, tendenti a sottolineare il rapporto tra l’uomo e il Mare Nostrum, dalla preistoria a oggi. Il testo non indugia su tecnicismi, ma assume un andamento quasi narrativo, soffermandosi sugli snodi dello sviluppo storico dei popoli che hanno attraversato quel mare e, nel contempo, predispone elementi che, portando testimonianze del passato, aiutano a comprendere il processo evolutivo dell’ umanità. Acquisire la memoria storica di epoche lontanissime da noi, attraverso la ricognizione di oggetti e la conoscenza di usi e costumi ad essi collegati, offre una chiave di lettura che aiuta a meglio comprendere la complessità del nostro presente. L’archeologia da un lato e,dall’altro, l’antropologia sono strumenti concettuali che favoriscono tale processo. Il testo in oggetto, coinvolgendo il sentimento, l’immaginario, l’interiorità e la riflessione del lettore contrasta il tempo e con esso la morte: gli oggetti, sottratti all’oblio, riportano in vita un mondo vivace, ricco di scambi, d’incontri e di scontri. L’uomo inizia a sfidare il mare per procurarsi l’ossidiana molto abbondante tra Lipari, Pantelleria, Palmarola, in seguito è spinto dal desiderio di commerciare e di colonizzare nuove terre. Le tecniche di costruzione delle imbarcazioni, divengono sempre più sapienti e sicure, vengono sistemati i porti e installati i fari (quello di Messina tra i più antichi e quello di Alessandria d’Egitto tra i più suggestivi). Il traffico commerciale e militare che animava il Mediterraneo è documentato dai numerosissimi relitti sommersi, diventati recentemente patrimonio Unesco. Le navi contengono ancora nel fondo anfore con tracce di garum, la salsa di pescato così gradita ai Romani. Vino di ottima qualità (come il Mamertino prodotto a Messina nella zona peloritana) si è essiccato nelle anfore, riposte in fondo al mare. I relitti conservano anche tracce di corallo, materiale affascinante e misterioso, dotato di duplice natura minerale e animale e anche molto apprezzato per le sue qualità taumaturgiche. Polene e occhi di pietra posti sulle navi avevano un valore apotropaico e sancivano il legame tra uomo e mare. La navigazione, pur svolgendosi solamente nei due periodi dell’anno più sicuri (tra la fine dei mesi estivi e l’autunno inoltrato e, saltando l’inverno, all’apparire della primavera ), era sempre rischiosa e richiedeva particolari commende da parte degli dei. I relitti sottratti all’abisso, riportano alla luce antichi saperi e in particolare l’arte ceramica di cui si riscontrano pregevoli esemplari greci, fenici, italici e panteschi. Tra i più interessanti relitti, ritrovati nelle acque della Sicilia, vi è la nave punica di Marsala, adagiata su un basso fondale, presso Punta Scario, al di fuori dello Stagnone di Mozia. Essa testimonia un avvenimento epocale: la vittoria dei Romani sui Cartaginesi che, nella prima guerra punica, determinò il destino del Mediterraneo. Tra i rinvenimenti artistici più pregevoli, ha avuto una grande risonanza mediatica, la statua intitolata “il Satiro danzante “, attribuibile forse a Prassitele e ripescata nel 1998 nel mare di Marsala. E’ un dono che il Mare Nostrum ha restituito agli uomini come spesso restituisce i corpi di coloro che oggi lo attraversano nella speranza di un approdo di salvezza e di dignità.

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