COLORITUDINE
COLORITUDINE
Negli scatti di Andrea di Napoli, una poetica desolata e misteriosa, oggetti “pop”, di uso quotidiano, circonfusi di un’aura di “realismo magico”.
Investiti da un profluvio di immagini, prodotte sempre più con qualsiasi tipo di diavoleria elettronica e sempre meno con i tradizionali strumenti fotografici, siamo precipitati in un vortice di bulimia visiva che rende tristemente assai difficile concentrarsi sul singolo scatto tanto in termini di meditata e accurata progettazione quanto di pausata ed appropriata fruizione.
La psicopatologica ossessione per i selfie in ogni luogo ed occasione (psicopatologica perché indicativa d’una incoercibile nevrosi dismorfofobica necessitante di conferme in termini di “like” e perché esemplificativa d’una disidentità individuale che impone una compulsiva ricerca di oggetti e sfondi coi quali immortalarsi per dare senso ad esistenze che ne sono per lo più sprovviste) e in generale la “logorrea panoramica” che induce a sparare scatti in qualsiasi direzione – inquadrando tutto ed il contrario di tutto – hanno fatto sì che la facilitante evoluzione tecnologica (l’irruzione del digitale e dell’informatica), anziché determinare un affinamento delle tecniche ed un approfondimento narrativo da parte di chi fotografa ed una maggiore acuità percettiva e cognitiva in chi fruisce delle foto, abbia piuttosto comportato un arretramento verso forme di analfabetismo visualepalesemente connotate da banalizzazione e superficialità.
Unico antidoto contro questa marea montante è il rilancio della prassi fotografica in termini e modalità classiche e tradizionali, quali quelle di cui è da sempre artefice Andrea di Napoli. E ciò non per un anacronistico e misoneista ancoraggio a obsoleti strumenti d’epoca – perché Andrea, pur avendo lungamente fotografato in analogico, si è aperto negli anni anche al digitale – ma per la tipologia di approccio al soggetto da inquadrare, per l’accuratezza della progettazione visiva, per la ricercatezza dei contenuti e degli assetti narrativi. Forte d’una solida esperienza professionale (Andrea di Napoli ha avuto un proprio atelier ed è esperto di conservazione e restauro di materiale fotografico), egli ha saputo, nel tempo, conciliare la ricerca “cronachistica” dello hic et nunc con la sapiente costruzione dell’artefatto, annoverando così nella propria produzione tanto le immagini “trovate” attraverso un’attenta osservazione del panorama topografico e sociale circostante, quanto quelle accuratamente “costruite” con un impianto che riconduce la fotografia alle sue origini di continuatrice – con nuovi mezzi – della pittura come efficace strumento di rappresentazione della realtà.
Deriva proprio da tutto ciò, quindi, la scelta – concordemente operata da me e Andrea – di questa serie di scatti dall’evidente connotazione pittorico-oleografica; poiché nella loro solo parvente banalità, nel loro essere palesemente “pop” (nel senso specifico della pop art e quindi dell’incentrarsi su soggetti apparentemente minimali e appartenenti al contesto della quotidianità) si cela quella capacità di analisi e scandaglio della dimensione del reale che travalica – come nella buona pittura – il mero dato ottico, aprendosi a significati più riposti di carattere poetico e simbolico.
Non si tratta dunque d’una semplice ricerca di verità oggettiva (attraverso opportune inquadrature e rigorosi impianti luministico-cromatici) che restituisca quanto più fedelmente il soggetto prescelto e fotografato; non d’una acribia visiva che spinga a “immortalare la veduta” per fissare in eterno l’immagine
apparente; ma di una evidente volontà di far affiorare attraverso l’obiettivo – come detto – quei contenuti reconditi, quelle sfumature liriche, quei rimandi allusivi di cui sono spesso (se non sempre) portatori oggetti e luoghi e che solo con un approccio artistico (che non sia soltanto “aridamente” tecnico) possono essere congruamente “evocati”.
Così dei segmenti policromi di barche a remi si trasformano in misurati ed irretenti accostamenti coloristici in cui perdere lo sguardo come nel caleidoscopio geometrico di un dipinto astrattista; in altro scatto è la polifonica orchestrazione cromatica di un gruppo di lumini a rimandare – coi suoi tonali baluginii – ad un altrove surreale nel quale disperdersi straniati e trasognanti; e ancora, in altra foto, dei tipici bidoni per carburanti emanciparsi dalla propria connotazione pratica per divenire un armonico mosaico, così trasfigurando l’oggetto-soggetto nell’inquietante totem d’una intera società votata al delirio consumistico.
Il tutto con un estremo e ricercato rigore lessicale che però non si riduce mai ad un superficiale e formalistico “rigor” semantico, rivelandosi piuttosto intimamente intriso di un “realismo magico” dalle molteplici potenzialità e sfumature semiche. Potenzialità e sfumature che chiamano – come è inevitabile nelle arti visive – l’osservatore-fruitore ad un obbligato apporto “fabulatorio”, consentendo così all’icona di aprire il suo significante esteriore alla più fantasiosa gamma di significati emozionali ed affettivi. E’ qui, dunque, che si manifesta a pieno il “realismo magico”, nell’imperscrutabile punto d’intersezione fra la soggettività artistica e quella di chi è invitato a “leggere” (e “riscrivere” in fondo) l’opera d’arte; in quel “locus” ove avviene la misteriosa ibridazione fra il racconto evocativo operato dall’autore e le proiezioni personali di chi è intento ad osservare, in un arricchimento continuo e sorprendente, destinato ogniqualvolta a rinnovarsi e a non arrestarsi mai.
La mostra sarà visibile a villa Niscemi, dal 2 all’11 novembre, dal lunedì al venerdì dalle 11 alle 17, il sabato dalle 11 alle 19 e la domenica dalle 10 alle 13.

