C'è chi dice no! Quando Rauti non volle spegnere la Fiamma30/11/2019

Memoria per C'è chi dice no! Quando Rauti non volle spegnere la Fiamma

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C'è chi dice no! Quando Rauti non volle spegnere la Fiamma30/11/2019

di Giovanni Curatola

Il 26-27 gennaio 1995, con la cosiddetta "svolta di Fiuggi", su spinta dell'allora segretario del Movimento Sociale Italiano Gianfranco Fini si sancì la fine del partito stesso per il travaso della maggior parte dei suoi membri in "Alleanza Nazionale". Pino Rauti fu tra i pochi esponenti che, subodorando in tale trasformazione l'annacquamento dello spirito e dei valori del M.S.I. fino al loro completo rinnegamento, in cambio di poltrone politiche spalancate dopo tangentopoli e la fine della prima repubblica coi suoi vecchi partiti, restò fermo nei propri principi e nel rifiuto del travaso in A.N. Quelli che seguono sono i passi più salienti del suo discorso di Fiuggi, in cui fra l'altro ricordò prima di tutto ai suoi che etichettare l' esperienza fascista come di destra è un falso storico e puntualizzò ancora una volta i termini spesso volutamente equivocati di dittatura, corporativismo e destra storica:

"Cari delegati, mi accingo a parlare con nell’animo sentimenti contrastanti; ansia, amarezza… tristezza forse, mentre incalzano tra di noi tante domande cui non trovo risposta. E non mi viene data a tutt’oggi nessuna risposta. La principale domanda che mi urge dentro non è nuova: perché mai, proprio nel momento in cui abbiamo potuto incominciare a gustare, a inebriarci del nostro massimo successo mai toccato prima, ci si è cominciata a chiedere la rinuncia ad essere noi stessi? Quel successo ha premiato 40 anni di battaglia nostra, di battaglia missina. Ha premiato soprattutto in quella battaglia la nostra coerenza, la nostra continuità, la fedeltà nelle stesse idee. Eppure, proprio da allora ha avuto inizio questa operazione che oggi si conclude qui con la confluenza, fusione, trasformazione, evoluzione, con la fine sostanziale del M.S.I. come soggetto politico specifico e con la nascita di un altro e diverso – ben diverso! – soggetto politico. La svolta c’è, ed è radicale: si chiede che il M.S.I. riconosca concluso il suo compito, il suo ruolo politico, e che noi si esca da quell’involucro, da quella struttura, da quella sigla, come Fini ha detto ieri: “con lo stesso stato d’animo con cui a un certo punto si esce dalla casa paterna per andare altrove, sapendo che a quella casa paterna non si potrà più tornare”. Nasce un altro soggetto politico, nuovo e diverso da noi, da quello che noi siamo stati. Se per taluni si tratta di mettere in discussione poche recenti anni della propria vita, per altri, per me, per tanti altri, si tratta di una vita intera non solo di impegno e militanza, ma anche una vita, un pensiero e una cultura. Abbiamo quindi il pieno, sacrosanto diritto morale, prima ancora che politico, di chiederci e di chiedere a noi stessi e a chi è fautore di questa operazione: quale è il volto, quali sono i contenuti di questo nuovo soggetto politico in cui si vorrebbe calare, trasformare, fondere tutto intero il popolo missino, tutta intera la sua storia, risolvere o sciogliere le passioni e i sacrifici di quasi 50 anni di battaglia politica? E il volto e i contenuti noi li abbiamo nel proposto articolo 1 del nuovo statuto. Li abbiamo per omissione, per ciò che quell’articolo non contiene. Volto e contenuti, a mio avviso, di una formazione politica liberal-democratica, conservatrice di destra. Abbiamo sentito testé Tatarella: “Dobbiamo batterci per completare a destra – con riferimenti alla destra storica – il sistema democratico”. Un regime monco, dicono, un’anomalia tipicamente italiana che adesso noi dobbiamo contribuire a sanare. Se facciamo un raffronto con l’art.1 del vigente statuto, noi vi ritroviamo delle omissioni che sanno di rinuncia, delle rinunce che sanno d’abiura. C’è la rinuncia al corporativismo, che implica la rinuncia a tutto il nostro programma sociale. Non c’è anche nell’art. 1 nuovo quello che non mancava nell’art.1 dell’ancora vigente statuto: “l’alternativa corporativa”, che stava a significare tutta intera la nostra progettualità verso un altro tipo di Stato, di economia, di società. E c’è anche la rinuncia alla nostra continuità ideale, storica, sociale, di contenuti, programmi, aspirazioni, alternative. E’ il taglio delle radici della nostra storia, la scelta volontaria dell’eutanasia. Quando si dice perdita della memoria, si dice una cosa grave e importante, perché da qualche tempo nel nostro ambiente abbiamo visto mettere in discussione cose importanti, essenziali. Siamo partiti – dato di percorso da un qualcosa che doveva contenere noi con la nostra specificità, e siamo via via passati - con un crescendo non certo casuale ma accuratamente studiato e lucidamente predisposto con più atti esecutivi del medesimo disegno liquidatorio - ad affermazioni che mai avremmo pensato di sentire.

Non c’è niente di personale, caro Fini, se io a questo punto mi debbo rivolgere personalmente a te per talune tue affermazioni che non ho condiviso, che non condivido: “Le due dita di polvere sull’Opera Omnia di Benito Mussolini…”. Ma perché? Ma chi ce l’ha fatto fare? Ma chi ce lo chiede? Avevamo cominciato col dire agli altri: “Noi non discutiamo, purché abbiate le mani pulite, non siate coinvolti in tangentopoli, abbiate fatto i vostri percorsi in assoluta limpidità di pensiero e di opere. Noi non vi chiediamo giustificazioni del vostro passato ma non ci chiedete di rinnegare il nostro!”. E siamo arrivati ad affermazioni che meritano approfondimento. Come quando per esempio Fini ad una intervista a “Le Monde”, titolo a tutta pagina: “Io ho ripudiato solennemente la dittatura di Mussolini”. E’ un non senso politico, perché lascia presupporre che prima di Fini il M.S.I. si sia battuto per riprendere la dittatura mussoliniana. Il che non è. Né Almirante nè De Marsanich né Romualdi, nè Anfuso, neanche io, ci siamo mai battuti per riprendere la dittatura mussoliniana. Abbiamo tutti correttamente inteso l’analisi del come e del perché c’era stata la dittatura mussoliniana. La dittatura solo la infinita sapienza giuridica dei romani l’aveva prevista come ricorso straordinario ed eccezionale: è un’emergenza della storia. E la storia discute sempre e a lungo sul fatto che certe dittature sono state positive o altre negative: ancora si stanno interrogando se è stata negativa o positiva la dittatura di Cromwell, che secondo taluni fece nascere l’Inghilterra moderna. E altre dittature ci furono, certamente non a caso, fra le due guerre, accanto alla dittatura mussoliniana. Non a caso la dittatura di Mannerheim salvò la Finlandia dalla Russia sovietica, la dittatura di Pilsudskj salvò la Polonia dall’Armata Rossa che era alla periferia di Varsavia. Ancora oggi, se la Turchia non è preda dell’integralismo islamico è perché ci fu allora la rigida e severa dittatura laica di Ataturk. Ce ne furono in quegli anni, e obbedirono tutte alla stessa logica profonda che ci fa comprendere e calare in quel contesto storico anche la dittatura mussoliniana. La quale, se ci si consente, fu non solo il frutto, l’intreccio, la conseguenza, la ricaduta di una personalità indubbiamente eccezionale (questo è l’humus da cui nasce il dittatore), ma fu anche dovuta dalla necessità di salvare l’Italia dal bolscevismo. Quella dittatura salvò l’Italia nel ’22 dal bolscevismo, così come salvò l’Europa nel ‘36 intervenendo in Spagna! La storia del mondo sarebbe stata diversa se noi non avessimo vinto in Spagna! Ma ci fu anche un motivo più politico e culturale, che dovrebbe mettere in guardia noi missini da facili azzeramenti: quelle dittature furono lo strumento di nazionalizzazione prima e socializzazione poi delle masse, per evitare che quelle masse sprofondassero nel bolscevismo e per trarre anzi dal loro impulso qualche cosa che andava, caro Tatarella, andava molto al di là del completamento della democrazia e della nascita di un partito democratico di destra: fu quella intuizione mussoliniana che significò lo Stato corporativo nelle sue premesse, nelle sue speranze, nelle sue aspettative. E non mi venga a dire Fisichella che poi tutto questo fu deviato: eh, certo, i sogni con cui si va al governo non sempre possono realizzarsi in tempi brevissimi. Mentre si dava luogo a quel tentativo, accaddero altre cose! La grande crisi economica del 1929 la dimentichiamo? L’Italia fu chiamata stringere la cinghia ma andò avanti. L’America, ricchissima, ebbe migliaia di suicidi per disperazione per quel tracollo. L’Inghilterra e la Francia, che avevano imperi sterminati, ebbero rispettivamente 8 e 12 milioni di disoccupati, mentre l’Italia proseguiva… Dittatura, certo. Fu il tempo delle dittature, dei grandi personaggi carismatici in quegli anni tempestosi ma, ripeto, quella emergenza della storia noi l’abbiamo sempre tutti correttamente interpretata e posta nel contesto storico: non ci si può accusare adesso, all’improvviso, di aver spinto e tramato per la ripetizione della dittatura di Mussolini. La nostra non è una conversione, ma come ha ricordato Buontempo, qualcosa che ci appartiene per 40 anni di esperienza politica passati durissimamente all’opposizione e durissimamente pagati in nome dell’opposizione. E non abbiamo bisogno di pagelle, non abbiamo bisogno di imbuti ideologici: i nostri esami li abbiamo passati e li abbiamo superati agli occhi del popolo italiano, aggiornandoci, andando avanti.

Perché vedete il brutto di questa polemica qual’ è? E’ che abbiamo messo in discussione qualcosa di essenziale che è memoria storica, che non va soltanto consegnata alla storia: beh, allora facciamo un museo e abbiamo risolto il problema! Non mi preoccupo del passato. Lo difendo, lo storicizzo nel senso che lo calo nel contesto storico in cui tante forze contrastanti ebbero a sagomarlo in quel certo modo, ma non è il passato che si difende benissimo da solo come dimostrano tante opere storiche. Non è il passato che mi preoccupa, è l’avvenire. Perché, cari amici, se mi chiedessero dopo tante polemiche e tante battaglie, quale è stato il senso, il significato, l’essenziale, non la forma, non il regime politico che è indubbiamente legato ai tempi e con i tempi transeunti, ma il messaggio di quelle esperienze, della nostra e di tutta la tormentosa esperienza europea fra le due guerre mondiali, io direi è stato soprattutto un messaggio sociale, il messaggio del superamento tanto del capitalismo quanto del marxismo allo stesso titolo. Quello era il seme della verità. Non rappresentato appieno, certo! Il regime aveva allora altre cose che incalzavano e che lo presero maledettamente alla gola, ma quello era il senso, il significato, che infiammò l’Europa, che trasformò la II° guerra mondiale in una guerra ideologica. Con fanatismi, certo, ma con afflati religiosi.

E oggi, oggi, cari camerati, il comunismo è caduto e ha perso irreversibilmente: certo, c’è il rischio che D’Alema e lo schieramento di sinistra facciano ancora delle incursioni nell’anticamera del governo, ma mai fine è stata così completa, così irreversibile. Quello che è successo in Russia, nell’ex impero sovietico che fu anche l’utopia, il sogno, l’illusione di centinaia di milioni di uomini, è finito in frantumi per sempre. Ha vinto il liberal capitalismo. E allora, la domanda che già circolava intorno a noi oggi ce la vediamo porre all’interno, addirittura ce la vediamo calare addosso dai nostri vertici: “Tutti si sono arresi al liberal-capitalismo. Che facciamo? Ci arrendiamo anche noi?” Ci possiamo anche arrendere, unirci al coro, completare la democrazia sul versante di destra come dicono Tatarella e tanti altri, oppure conservare la nostra specificità. Noi non eravamo soltanto dotati di una nostra specificità, come tutti partiti, noi avevamo una nostra diversità, quella che ci faceva parlare, e Almirante lo fece per anni splendidamente, di alternativa al sistema. Solo noi pensavamo, e sembrava iattanza poterlo dire col 4/5 % dei voti di alternativa al sistema. Utopia, ma quello era il lievito che ci teneva in piedi e ci motivava perché sapevamo che presto o tardi noi assomigliavamo a quelle molle che a lungo possono essere rapprese e compresse ma che quando cominciano a scattare si sa da dove partono in senso di consenso ma non dove arrivano. E siamo arrivati al 47% a Roma, siamo arrivati al 48% a Napoli, non con A.N. ma con Alessandra Mussolini, quando il suo cognome lo sventolava e parlava una parola sì e l’altra pure di suo nonno! Quello fu il gran successo! Da allora, la cosa ci sfuggì. Sfuggì a tutti, certamente sfuggì a me. Non c’era solo il crollo del partitismo della prima repubblica, ma che c’era il venir meno dei punti di riferimento di 18 milioni di elettori. Noi su quei 18 milioni di elettori ne prendemmo 3 milioni in più. Ma fu allora che Berlusconi decise di scendere in campo, attenzione, e che scattò una complessa operazione che aveva noi al suo centro, questa specie di fiume in piena venuto alla luce dopo un lungo percorso carsico di 40 anni, venuto alla luce impetuosamente, limpidamente come un torrente inarrestabile. Cominciammo a dire, tutti, me compreso: “Ma non saranno tutti fascisti questi che hanno votato per noi, ma non saranno tutti missini!”. Dovevamo dire il contrario! Perché porre limiti alla provvidenza? Si stavano convincendo a votare per noi, ed allora noi che andiamo ad inventare? Non qualcosa che ci affianchi ma qualcosa in cui dovremmo sostanzialmente scomparire. Perché? Ecco la domanda iniziale, cari amici, cari camerati, se ancora posso dire questa parola. Perché la prima impressione che noi dovevamo avere era questa: la tesi semplice, elementare del contadino. Quando un contadino vede un buon raccolto, cosa dice? “I seminatori sono stati bravi! Il seme era buono!”. E allora oggi che viene raccolta tanta copiosa messe di consensi elettorali, i seminatori, tutti noi dalla Repubblica Sociale in poi siamo stati buoni seminatori! Io non mi aspettavo dai nuovi venuti archi di trionfo, ma rispetto sì! Riconoscimento di quello che abbiamo fatto sì! E non abbiamo rischiato la vita nostra e delle nostre famiglie per sentirci dire: “Ci sono gli imbuti ideologici per Rauti o per Buontempo o per tanti altri”. No! Non abbiamo, caro Tatarella, sparso tanta passione, tanto tormento, per arrivare poi a questi risultati: alla destra storica che ora pensate sia il “nuovo”. Ma guarda un pò! La destra storica italiana si conclude con Minghetti nel 1876. Tanti saluti al nuovo! Ma, dice, c’è anche Salandra e Sonnino! Lo sappiamo, lo sappiamo! Salandra e Sonnino… una certa destra, che piace tanto ai Tatarella, Fiori, Fisichella… Salandra e Sonnino: per quello che mi riguarda, una destra che sarebbe stato meglio mettere in manette, perché negli anni di quella destra l’Italia diventava terzo mondo: milioni di italiani erano costretti ad emigrare all’estero, il 20% della popolazione italiana soprattutto dal sud. In quegli anni di quella destra 60.000 italiani morivano di tubercolosi ogni anno, c’erano le paludi alle porte di Roma e non c‘era acqua nel tavoliere delle Puglie e a Bari. Non c’erano fognature nel 90% delle città italiane. Chi ha modernizzato l’Italia, l’ha strappata al terzo mondo - con la dittatura, certo!, come acceleratore inevitabile dello sviluppo di un paese in un momento drammatico della vita del mondo - è stata l’esperienza del ventennio. Se fosse stato per Salandra e per Sonnino, ancora saremmo con i vertici delle malattie diffuse in tutte le classi della società italiana e con l’emigrazione che ha dissanguato il nostro paese. Non per quella destra abbiamo combattuto, non quella destra che ci ha attraversato e preesisteva al fascismo…

Un congresso fa, cercai di mettermi nei panni e nell’animo di un giovane comunista che a Shanghai avvista un certo giorno il famoso cartellone della Coca Cola che è rimasto impresso in mente. Quel giovane comunista, dissi, si sarà chiesto: “Ma valeva la pena di fare una così lunga marcia con tutto ciò che ha comportato di sacrifici per gli altri e per noi, decine di milioni di morti, per arrivare alla Coca Cola? Potevamo arrivarci prima?”. Caro Tatarella, ma valeva la pena aver fatto la marcia su Roma, il corporativismo, la socializzazione e la Repubblica Sociale Italiana per poi andare a completare il regime di destra sul versante di destra e fare la destra conservatrice? Potevamo farlo prima! E se noi quello che oggi si vuole fare lo avessimo fatto nel ’48, 49 nel ’50 saremmo stati ministri sin da allora senza esporci su tante trincee come abbiamo fatto noi e i nostri giovani in tutti questi anni. Ma pensate se Almirante avesse fatto questa operazione: sarebbe diventato Presidente delle Repubblica. Ma lui ci diceva sempre: “Ci sono le colonne d’Ercole che noi non possiamo superare”. Perché anche allora c’era la tentazione dell’andare a fare la stampella del regime, mentre invece Almirante ci parlava di corporativismo, alternativa corporativa, alternativa al sistema, per spronarci, mandarci avanti, tenerci in piedi. Lo potevamo fare sempre quello che oggi ci si propone, e strano che oggi si venga a proporlo nel momento in cui assaporiamo la nostra vittoria migliore. Ora, cari amici, se nel nuovo soggetto politico che va a nascere da questo congresso c’è posto per una dignitosa presenza non di uomini, ma di idee e di tesi, noi saremo i primi ad esserne lieti, ma se questo non accadrà io l’ho già detta la situazione: è come se a un gruppo di cristiani si dicesse all’improvviso: “Diventate buddisti!”. Voi potete diventare anche buddisti; io resto cattolico, apostolico, romano. In termini politici, resto missino, orgogliosamente missino, e come tale vi saluto".

Questo il link del discorso completo: https://www.youtube.com/watch?v=d-MZ0P93lPI

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