Yayoi Kusama, l'eternitŕ in un pois
28 August 2026
Ci sono vite che somigliano a una parabola e altre che sembrano una vertigine. Quella di Yayoi Kusama, spegnessi all’età di 97 anni in un ospedale di Tokyo tenendo fermamente il pennello in mano fino al suo ultimo respiro, appartiene a una categoria a sé: una corsa frenetica, ossessiva e bellissima verso la luce.
La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile nel mondo dell'arte contemporanea, ma ci regala un'eredità monumentale. Per decenni il pubblico l'ha celebrata come un'icona pop globale, riconoscibile all'istante per la sua iconica parrucca rosso fuoco, le installazioni ipnotiche e le monumentali sculture a pois. Ma sotto la superficie sfolgorante di quel linguaggio visivo si nascondeva un’odissea esistenziale drammatica e rivoluzionaria: la storia di una donna che ha trasformato la pazzia, la solitudine e il trauma nell'estetica più desiderata del XXI secolo.
L’infanzia tra i fiori Parlanti e i telai di guerra
Per capire l'arte di Kusama bisogna tornare nella Matsumoto degli anni '30. Nata in una famiglia rigida e conservatrice che gestiva vivai di piante, Yayoi cresce in un clima domestico ostile. Durante la Seconda Guerra Mondiale, a soli 13 anni, viene precettata per cucire paracaduti per l'esercito giapponese: ore e ore trascorse nel buio di una fabbrica, scandite dal suono ritmico dei telai.
È in quegli anni che i fantasmi della sua mente iniziano a prendere forma. Kusama comincia a soffrire di allucinazioni visive e uditive: un giorno, dopo aver fissato una tovaglia a fiori rossi, vede lo stesso motivo replicarsi sulle pareti, sul soffitto, sul proprio corpo, finché la stanza non la inghiotte del tutto.
"Sentivo che mi stavo dissolvendo, rotolando nell'infinito del tempo e nell'assolutezza dello spazio, ridotta a nulla."
Non potendo curare quelle visioni, Kusama prende la decisione che le cambierà la vita: incomincia a disegnarle. Nascono così i primi polka dots (i punti a pois), non come semplice scelta decorativa, ma come una cura d'emergenza, un atto di "auto-annientamento" (self-obliteration) per ricucire la propria mente frammentata.
La New York degli anni '60: il genio snobbato e il furto delle idee
Nel 1958, rompendo ogni ponte con la famiglia e rifiutando il destino di un matrimonio combinato, Kusama imbarca per gli Stati Uniti. A New York vive in loft gelidi e spogli, dove dipinge senza sosta per notti intere per combattere la depressione e la fame.
Nascono le Infinity Nets (Reti d'Infinito) e le prime sculture morbide, oggetti di uso quotidiano ricoperti da forme falliche in stoffa — un modo con cui l'artista cercava di esorcizzare la propria repulsione per il sesso. Tra happenings provocatori contro la guerra in Vietnam (arrivò persino a scrivere a Richard Nixon offrendo di concedersi a lui in cambio della pace) e performance audaci, il suo nome scandalizza la stampa.
Ma la scena artistica newyorkese dell'epoca è dominata dagli uomini. E mentre Kusama fatica a farsi strada, le sue intuizioni più brillanti vengono "ispirate" o apertamente riprese dai colleghi maschi: la ripetizione seriale che renderà celebre Andy Warhol, i mobili morbidi di Claes Oldenburg, le stanze a specchio di Lucas Samaras. Schiacciata dall'invisibilità, dal plagio e dal rifiuto, nel 1973 torna in Giappone distrutta nello spirito.
Il coraggio di ricominciare da un manicomio
Nel 1977 Kusama compie una scelta drastica e illuminata: si ricovera volontariamente all'ospedale psichiatrico Seiwa di Tokyo. Lì, all'interno di una struttura che comprende e supporta l'arte-terapia, trova la sua oasi. Compra uno studio a pochi passi dalla clinica e per quasi cinquant'anni divide la sua vita rigorosamente tra il letto d'ospedale e la tela.
Il mondo dell'arte sembra essersi dimenticato di lei, ma la storia stava solo prendendo la rincorsa.
Nel 1993, a 64 anni, arriva il momento del riscatto solenne: viene scelta per rappresentare il Giappone alla Biennale di Venezia. Ventisette anni prima vi si era intrufolata clandestinamente per vendere sfere specchianti a due dollari l'una. Stavolta entra dalla porta principale, conquistando critica e pubblico. È l’inizio di una rinascita artistica che non ha eguali nella storia contemporanea.
La Regina dell'Infinito che ha conquistato il mondo
Dalla fine degli anni '90 in poi, la "Kusamamania" travolge il pianeta. Le sue Infinity Mirror Rooms — spazi specchiati in cui centinaia di luci LED o sfere colorate si riflettono moltiplicandosi all'infinito — diventano un fenomeno culturale di portata globale. Alla Tate Modern di Londra le sue mostre rimangono aperte per tre anni a furor di popolo, battendo ogni record di visitatori.
Ma per Kusama la vera vittoria non sono stati i record d'asta (che l'hanno vista diventare l'artista donna vivente più quotata al mondo) o le storiche collaborazioni con marchi di moda come Louis Vuitton. La vera vittoria è stata la sua zucca, diventata la sua firma inconfondibile: un ortaggio dall'aspetto buffo e rassicurante in cui Kusama vedeva "una generosa e potente stabilità spirituale".
Il messaggio che resta
Yayoi Kusama ci lascia a 97 anni, ma la sua stella non smetterà di brillare. Ha insegnato al mondo che la fragilità non è una debolezza, ma la materia prima con cui si può forgiare la bellezza più pura. Attraverso i suoi pois infiniti non ha voluto nascondere la realtà, ma offrirci una lente magica per guardarla oltre i confini del tempo.
Come ha scritto la sua fondazione nel comunicato d'addio: "Fino ai suoi ultimi giorni non ha mai messo da parte il pennello. Noi continueremo a portare avanti il suo desiderio: donare, attraverso l'arte, speranza e forza per il futuro a tutte le persone del mondo."
E mentre step dopo step varchiamo la soglia di una delle sue stanze a specchio, la sensazione resta la stessa: quella di stare a guardare, a bocca aperta, i segreti più belli dell'Universo.
di Giorgia Pellegrini
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