Colporteur, libri in spalla
09 September 2026
Prima delle librerie, prima dei grandi circuiti editoriali e molto prima che un libro potesse attraversare il mondo con un clic, c'era qualcuno disposto a metterselo sulle spalle e partire. Camminava per strade polverose, attraversava passi di montagna, raggiungeva mercati e fiere, entrava nei villaggi e bussava alle porte. Nella sua bisaccia potevano esserci libri di preghiere e almanacchi, romanzi popolari e racconti cavallereschi, calendari, fogli volanti, immagini sacre, canzoni.
Era il colporteur, il venditore ambulante di libri e stampe, una figura apparentemente marginale, ma che per secoli ha svolto una funzione tutt'altro che secondaria: portare la parola stampata là dove le librerie non arrivavano.
Una libreria sulle spalle
La parola francese colporteur deriva da colporter, "portare con sé", e richiama concretamente il modo in cui i venditori trasportavano la propria merce: sulle spalle, in una cesta, in una gerla, dentro una cassetta o in una valigia.
Il loro mondo era quello delle strade, dei mercati e delle fiere e il pubblico con cui si relazionavano non era necessariamente formato da lettori colti, al contrario, una parte essenziale del loro lavoro consisteva nel raggiungere persone che avevano un accesso limitato al commercio librario tradizionale.
I colporteurs vendevano libri, ma anche stampe, come quelle presenti nella cosiddetta Bibliothèque bleue, nata a Troyes (Francia) all'inizio del Seicento. Si trattava di libretti economici, spesso caratterizzati da carta e stampa di qualità modesta, che potevano essere venduti a prezzi molto inferiori rispetto ai libri delle librerie tradizionali. Dentro quelle pagine trovavano posto storie di cavalieri, santi, diavoli, briganti e personaggi leggendari, insieme ad almanacchi, racconti, testi religiosi e materiali di uso quotidiano.
La letteratura non era più soltanto qualcosa da cercare in una biblioteca, poteva arrivare a casa.
Il viaggio del libro
La vera importanza del colporteur emerge però quando si smette di considerarlo semplicemente un semplice commerciante, un banale venditore ambulante. Questi uomini erano intermediari culturali: contribuivano a determinare quali testi avrebbero raggiunto determinati territori e quali lettori. Portavano storie da una regione all'altra, mettevano in comunicazione comunità lontane e contribuivano alla circolazione di immagini, racconti, credenze e informazioni.
In molti casi, inoltre, il confine fra lettura e oralità era assai meno netto di quello a cui siamo abituati oggi. Il venditore poteva presentare il proprio prodotto, raccontarne il contenuto, recitare versi, spiegare un'immagine. Il libro non era necessariamente un oggetto destinato a essere letto in solitudine: poteva diventare il punto di partenza per una narrazione collettiva.
Il colporteur, quindi, non trasportava soltanto carta, trasportava storie.
Dalle Alpi all'Europa: il caso dei Tesini
Una delle vicende più sorprendenti della storia italiana del colportage è quella dei venditori ambulanti dell'Altopiano del Tesino, nel Trentino. A partire dall'età moderna, numerosi abitanti della zona si dedicarono al commercio itinerante. La loro attività raggiunse una dimensione internazionale soprattutto grazie ai rapporti con la celebre casa editrice e stamperia Remondini di Bassano. La Remondini produceva, tra le altre cose, libretti religiosi, immagini sacre, stampe popolari e fogli volanti destinati a un pubblico molto ampio. Per distribuirli si affidò a una rete di venditori ambulanti provenienti soprattutto dal Tesino.
Erano viaggiatori instancabili: partivano con la merce sulle spalle e potevano trascorrere anni lontani da casa. Le loro rotte attraversavano l'Italia e l'Europa centrale e arrivavano fino alla Russia. Per di più, i venditori legati alla rete Remondini potevano tornare al paese d'origine soltanto ogni tre o quattro anni: un dettaglio che cambia completamente la nostra percezione della figura.
Il colporteur non è più soltanto il venditore del villaggio, è anche un viaggiatore europeo.
Prima del libraio, prima dell'algoritmo
C'è infine qualcosa di sorprendentemente contemporaneo nella storia dei colporteurs.
Oggi siamo abituati a pensare alla diffusione culturale attraverso piattaforme digitali, social network, algoritmi e sistemi di raccomandazione. Un contenuto nasce in un luogo e, nel giro di pochi minuti, può raggiungere persone dall'altra parte del mondo.
Il colporteur faceva qualcosa di molto più lento, faticoso e concreto: camminava, portava con sé un repertorio, osservava il pubblico, capiva cosa interessava e tornava con nuove informazioni. Era, in un certo senso, un algoritmo umano della cultura popolare. Non decideva soltanto che cosa vendere, ma contribuiva a determinare che cosa avrebbe continuato a essere letto, raccontato, ricordato.
Per questo, la figura del colporteur non appartiene soltanto al mondo del commercio librario: è un frammento di storia culturale e sociale, e forse, ancora oggi, un promemoria prezioso, che ci ricorda che i libri non contribuiscono a cambiare il mondo soltanto nel momento in cui vengono scritti, ma soprattutto quando riescono a mettersi in viaggio, raggiungere nuovi lettori e portare le loro idee oltre i luoghi in cui sono nati.
di Alessia Folli
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