Crisso, rap con sentimenti
26 October 2026
Crisso
Quattro anni di lavoro, dodici tracce e un’intuizione: quanto sono lontani, davvero, un griot dell’Africa occidentale e un rapper contemporaneo? Secoli, geografie e contesti differenti separano due figure che affidano entrambe alla parola, al ritmo e alla narrazione il compito di raccontare il proprio tempo.
Una parentela antica e sorprendentemente attuale, che sta alla base di “Pieni di voi, vuoti di me”, il nuovo album di Crisso, rapper, cantautore e compositore casertano che ha sviluppato il progetto cercando musicisti e griot con cui mettere in dialogo il proprio linguaggio con la kora e con alcune delle tradizioni musicali dell’Africa occidentale.
Ascolta su Spotify da venerdì 23 ottobre.
Crisso si innamora della kora circa quattro anni fa. Lo strumento, un’arpa a 21 corde profondamente legata alla cultura mandinga e alla tradizione dei griot, lo porta ad approfondire il mondo da cui proviene e, progressivamente, a riconoscere in questa antica figura di narratore e custode del patrimonio orale delle proprie comunità qualcosa di sorprendentemente vicino alla propria esperienza di rapper.
Il griot custodisce e tramanda attraverso parola e musica genealogie, storia e identità delle popolazioni dell’Africa occidentale. Il rapper nasce in un altro tempo e in un altro contesto socio-culturale, ma affida a sua volta alla voce, alla scrittura e al ritmo il racconto del presente, dell’appartenenza, del conflitto e dell’esperienza individuale.
Su questa prossimità, e non sulla semplice fusione di due generi, Crisso affonda le radici del suo nuovo album.
Per realizzarlo ha cercato musicisti con storie, provenienze e linguaggi differenti. Alcuni appartengono direttamente alla tradizione dei griot; altri hanno dedicato una parte importante del proprio percorso alla musica dell’Africa occidentale. Voci e strumenti diversi, riuniti in un disco che intreccia Paesi e culture senza perdere la centralità della scrittura di Crisso.
Tra loro c’è Jabel Kanuteh, nato in Gambia in una famiglia dalla quale eredita il ruolo di griot e avvicinatosi alla kora fin dall’infanzia. Con lui Crisso ha realizzato “Cuore Griot”, primo singolo estratto dall’album e pubblicato nel luglio 2026, e “Uruk-hai”.
C’è Adama Koeta, nato a Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso, in una famiglia di griot e cresciuto tra balafon, percussioni, n’goni, kora e repertorio mandingo. Compare in “Djala”, insieme ad Arnaud Fillion.
C’è Founé Sow, artista di radici senegalesi e maliane, cresciuta in una famiglia musicale e attiva tra voce, kora e repertorio contemporaneo, che presta voce e presenza alla title track.
E c’è Miriam Lieberman, cantautrice e musicista australiana che ha incontrato la kora durante i propri soggiorni nell’Africa occidentale e ne ha approfondito lo studio tra Guinea e Mali, arrivando a studiare anche con uno dei massimi interpreti dello strumento, Toumani Diabaté. È sua la voce di “Much as I Try”.
Tra le collaborazioni figura inoltre Badara Seck, artista senegalese coinvolto in “La danza della pioggia”, insieme ad Afro D-King, Tania She, Steve Alkebulan, Ameh Fashi, Littel Inossah e agli altri musicisti che allargano il perimetro del progetto ben oltre quanto suggerito dall’etichetta “rap”.
Perché, musicalmente, “Pieni di voi, vuoti di me” non sceglie un genere nel quale farsi contenere, ma mette sullo stesso piano rap, kora, elettronica, strumenti tradizionali, scrittura d’autore e aperture rockeggianti che ne modificano continuamente sound e atmosfera, lasciando che ogni brano trovi il proprio equilibrio senza perdere coerenza.
La kora attraversa il disco accanto a beat hip hop, elettronica, chitarre, archi, sax, percussioni, flauto irlandese e voci provenienti da tradizioni differenti. A cambiare da una traccia all’altra è anche il rapporto tra questi elementi: in alcuni episodi la componente africana prevale grazie alla kora e alle voci degli ospiti, in altri il rap, la canzone d’autore o una spinta più vicina al rock.
La ricerca sonora, però, è soltanto una parte del progetto; il resto passa da ciò che Crisso incontra e da come quell’esperienza finisce per modificare il modo in cui guarda non solo il mondo, ma prima di tutto sé stesso. Il titolo dell’album nasce infatti dal confronto tra ciò che l’artista vede e ciò che, tornando a sé, comincia a percepire diversamente.
Nella title track il contrasto è immediato: a migliaia di chilometri dalla propria famiglia, davanti a condizioni materiali lontanissime dalle proprie, il protagonista osserva chi non possiede quasi nulla e riesce ancora a sorridere, mentre riconosce e fa i conti con le proprie ambizioni, il superfluo e una libertà che continua a rincorrere senza mai riuscire ad afferrarla davvero.
Il viaggio, anziché ridursi a una cartolina dell’Africa o al pretesto per raccontare una presunta purezza contrapposta all’Occidente, diventa così anche un confronto con il proprio modo di guardare ciò che è diverso, con i privilegi che spesso si danno per acquisiti e scontati e con le contraddizioni che emergono quando ci si trova dall’altra parte. Crisso registra differenze e ingiustizie, ma non si mette mai al riparo da ciò che racconta: osserva quello che vede e, nello stesso momento, interroga anche la posizione da cui lo sta guardando. Per questo, “Pieni di voi, vuoti di me” non idealizza ciò che incontra e non assolve chi guarda.
Una contrapposizione che ritorna in più punti del disco, assumendo ogni volta forme diverse.
In “La danza della pioggia”, con Badara Seck, Crisso parte dal privilegio elementare di avere un tetto e un piatto caldo per arrivare alle contraddizioni di un Occidente capace di accumulare ricchezza, finanziare guerre e poi voltarsi dall’altra parte o fermarsi a uno sguardo superficiale, approssimativo e spesso tardivo.
In “Petricore” convivono terre ferite, guerre combattute anche in nome della religione, povertà, bracconaggio e un ritornello che continua ostinatamente a cercare nella danza una possibilità di ripartenza.
E in “Obroni”, realizzata con Littel Inossah & Family, l’esperienza in Ghana ribalta definitivamente la prospettiva. È Crisso stesso a essere lo straniero, l’“obroni”, l’uomo bianco che arriva da fuori e si ritrova a osservare (e a essere osservato) da una posizione completamente diversa da quella abituale. Crisso atterra da Fiumicino, attraversa Accra, osserva i kayayei, i bambini nelle piantagioni, i predicatori, le strade, le richieste di denaro della polizia e lo spaesamento di essere, per una volta, lui stesso il forestiero. Ma il brano non risparmia neppure il viaggiatore occidentale. Nell’outro compare l’immagine volutamente impattante di chi fotografa un bambino nero perché quella fotografia genererà like: una provocazione che sposta lo sguardo da ciò che viene osservato a chi osserva e, soprattutto, al modo in cui sceglie di farlo.
Perché una delle lezioni di vita che Crisso ha meglio appreso viaggiando, è che riempirsi di ciò che si incontra significa anche accorgersi di quanto spazio fosse occupato, prima, da cose che improvvisamente smettono di sembrare così essenziali.
«Questo è il mio progetto più grande, quello a cui ho dato davvero tutto – racconta Crisso -. Ci ho lavorato per quattro anni, cercando musicisti che potessero dare un contributo reale a quello che avevo in mente e lasciando che il disco cambiasse anche me lungo il percorso. Volevo mettere in relazione il mio modo di scrivere con la kora, con i griot e con culture che mi affascinano da sempre, senza limitarmi a prenderne il suono in prestito. “Pieni di voi, vuoti di me” raccoglie tutto questo, ma anche quello che quei viaggi, quegli incontri e quelle persone mi hanno lasciato. Se riuscirà ad arrivare a chi saprà ascoltarlo senza fermarsi alla superficie, sentirò di aver restituito almeno una parte di quello che io stesso ho ricevuto.»
Un lavoro iniziato da una curiosità che accompagna Crisso fin dall’infanzia e che, per la prima volta, occupa un intero progetto discografico. “Pieni di voi, vuoti di me” non conclude quella ricerca, ma ne rappresenta il primo approdo. Perché si può partire per conoscere un luogo, una cultura, una musica e scoprire, alla fine del viaggio, che ciò che è cambiato di più è il modo in cui si guarda ciò da cui si era partiti.
di Vittorio Esperia
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