Sotto la divisa, una persona

18 September 2026

Quando incontriamo una divisa, ricordiamoci che stiamo incrociando lo sguardo di un essere umano con una storia, un nome e un domani da proteggere.

In filosofia, la divisa non è solo un vestito: è un dispositivo di potere (per dirla alla Foucalt) e una maschera pirandelliana che assorbe l'individuo.

Quando una persona indossa l'uniforme, la società smette di vedere l'individuo e vede Il Ruolo. C'è una vera e propria scissione dell'io.

Il sociologo Erving Goffman parlava di "ribalta" (il palco dove recitiamo il ruolo con la divisa) e "retroscena" (dove la maschera cade). Cosa succede quando la ribalta è così totalizzante da fagocitare il retroscena?

La divisa annulla lo sguardo "viso a viso".

Per Emmanuel Lèvinas, l'etica nasce guardando il volto nudo dell'altro, perchè nel volto si scopre la comune vulnerabilità umana. La divisa, invece copre la vulnerabilità e questo fa paura, sia a chi la prova, sia a chi cerca protezione.

Il dramma filosofico sta nel fatto che l'uomo non è mai riconducibile alla sua funzione. Sotto la divisa di qualsiasi mestiere batte un cuore che prova fatica, che si emoziona, che ha una storia personale che l'abito cerca di azzerare per renderlo un ingranaggio efficiente.

La divisa cancella temporaneamente l'individualità per rappresentare un'istituzione o un servizio.

Chi la indossa ne porta il carico emotivo e sociale, ma quando torna a casa affronta le stesse fragilità, paure e fatiche di chiunque altro perchè la divisa ha una funzione tecnica, pratica o simbolica (proteggere, identificare, soccorrere). E' un abito di lavoro che si indossa per compiere una missione, ma non cancella i sentimenti, i dubbi o i legami affettivi di chi la veste.

D'altra parte la divisa non è nemmeno un certificato di santità, nè un marchio d'infamia.

Riconoscere l'umanità dietro quel vestito significa accettarla in tutta la sua complessità, che include la capacità di fare l bene straordinario, ma anche la possibilità di sbagliare, abusare del proprio ruolo o cedere alla debolezza.

La divisa amplifica le conseguenze delle azioni umane; se chi la indossa si comporta bene, diventa un simbolo di speranza; se si comporta male, il danno e il senso di tradimento per la società sono doppi.

Cosa succede, però quando la divisa cessa di essere uno strumento di protezione e diventa uno scudo per l'impunità?

Il rischio più grande dell'indossare un simbolo di autorità è l'annullamento dell'uomo a favore del potere. Quando il ruolo sovrasta l'individuo, si può scivolare nell'abuso: la divisa si trasforma in una corazza che disumanizza sia chi la porta, convinto di essere al di sopra della legge, sia chi si trova dall'altra parte, privato dei propri diritti fondamentali.

E' in questo preciso istante che si consuma il tradimento più grande: quando il confine tra autorità e autoritarismo si fa così labile, il patto di fiducia tra le istituzioni e la comunità si frantuma.

Diventa allora difficile distinguere il ruolo della minaccia, alimentando un silenzio e una paura che finiscono per isolare anche chi quell'uniforme la porta con onore ogni giorno.

L' abuso o la fragilità non riguardano solo le forze dell'ordine: questo discorso abbraccia la divisa di tutti i mestieri. Ogni professione ha il suo abito che ne definisce il ruolo, e sotto ognuno di essi batte il cuore di un uomo o di una donna.

C'è il camice del medico, che rischia di diventare una barriera fredda contro il dolore; c'è la tuta dell'operaio, che troppo spesso rende invisibile chi la indossa; c'è la divisa del dipendente pubblico, costretto a subire le tensionu altrui dietro un bancone.

Qualsiasi sia la stoffa, il pericolo resta lo stesso: permettere al ruolo di cancellare l'empatia, dimenticando che dietro ogni mansione c'è priima di tutto una persona.

di Annalisa Eutizi

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