Bell'Italia, il Paese che invecchia

19 September 2026

Oggi vorrei parlare di un meraviglioso Paese: la nostra bell’Italia che invecchia.

Una storia antica, una cultura ricca di dialetti, gusti, sapori e colori. Per secoli, l’Italia è stata terra di comunità, piazze, vicinati, famiglie numerose e allargate. Le nostre città sono state costruite intorno a luoghi di incontro: chiese, mercati, fontane, teatri.

Questa eredità culturale è una risorsa preziosa. Se chiediamo ai nostri anziani di raccontarsi, nell’ascolto delle loro vite torniamo bambini, affascinati da un mondo completamente diverso. Un mondo fatto di bisogni differenti da quelli odierni, di sogni, conquiste e rinunce, ma anche di fiducia nel futuro, dignità e rispetto per il prossimo. Soprattutto per gli anziani.

I nostri genitori hanno conosciuto la fame, la guerra, la povertà. Ma non la solitudine.

Oggi l’Italia sta cambiando rapidamente. Le famiglie si restringono, aumentano le persone che vivono sole e cresce il peso della popolazione anziana. I dati ISTAT fotografano questo cambiamento: le famiglie unipersonali rappresentano circa il 37% del totale, con oltre 9,9 milioni di persone che vivono da sole. In circa la metà dei casi si tratta di anziani.

Io sono una di queste monofamiglie.

Dietro questi numeri ci sono storie, bisogni e nuove sfide. Una delle più importanti è capire come affrontare la vecchiaia.

Per generazioni abbiamo considerato la famiglia la nostra principale rete di sicurezza. Ma quel modello oggi non può più essere dato per scontato. Ci sono meno figli e meno fratelli, aumentano le persone senza figli e quelle che vivono sole. Le famiglie sono spesso distribuite tra città e Paesi diversi. Il lavoro spinge i giovani a trasferirsi, talvolta molto lontano dal luogo in cui sono nati o cresciuti.

E così sempre più persone si trovano a costruire il proprio futuro mentre, contemporaneamente, cercano di prendersi cura dei genitori che invecchiano.

Per questo la vecchiaia non può essere affrontata soltanto parlando di pensioni, ospedali e assistenza. Esiste un’altra dimensione, altrettanto importante: quella delle relazioni.

Una dimensione meno visibile e forse ancora più difficile da costruire: una cultura della relazione.

Una rete non si improvvisa. Le relazioni sono come una casa: non compaiono quando ne abbiamo bisogno. Si costruiscono, si abitano e si mantengono nel tempo.

Un vicino con cui scambiare due parole, un’amica, un gruppo incontrato attraverso lo sport, una vacanza o una passione comune possono sembrare elementi marginali nella vita quotidiana. Domani, però, potrebbero diventare una parte essenziale della nostra rete di sostegno.

È proprio dalla riflessione su chi potrà occuparsi di me quando sarò anziana che nasce il mio interesse per il cohousing.

Cohousing non significa rinunciare alla propria indipendenza. Significa abitare in piccoli appartamenti privati all’interno di contesti progettati per favorire la socialità: laboratori, cucine condivise, sale comuni, giardini e spazi per incontrarsi.

L’idea è semplice e, proprio per questo, potente: non aspettare di essere soli per cercare compagnia, ma costruire comunità prima che arrivi la fragilità.

Il cohousing, quindi, non riguarda soltanto gli anziani. Può diventare una risposta anche alla solitudine degli adulti e, più in generale, ai cambiamenti che stanno trasformando le nostre famiglie e il nostro modo di abitare. In Italia esistono già esperienze significative.

Forse si tratta di recuperare, in una forma contemporanea, qualcosa che un tempo esisteva più naturalmente: l’idea che intorno a una persona ci fosse una comunità. Qualcuno che bussava alla porta, con cui condividere un pasto o che poteva semplicemente sedersi accanto a te.

Non dobbiamo idealizzare il passato. Possiamo però recuperare un principio prezioso: la vita non deve essere affrontata completamente da soli.

Forse dobbiamo cominciare a parlare della vecchiaia in modo diverso. Non come di qualcosa che appartiene a un futuro lontano, ma come di una parte della nostra vita che possiamo contribuire a progettare.

Costruire una buona vecchiaia non significa soltanto mettere da parte dei soldi. Significa coltivare amicizie, rapporti di vicinato, interessi, passioni e comunità. Significa anche progettare case e quartieri nei quali incontrarsi sia facile, nei quali l’autonomia non coincida con l’isolamento e la privacy possa convivere con la socialità.

L’Italia continuerà a invecchiare. Le famiglie saranno probabilmente sempre più piccole e il numero delle persone che vivono sole continuerà a crescere.

Il cambiamento demografico non possiamo fermarlo. Possiamo però scegliere come affrontarlo. Possiamo aspettare che la vecchiaia e la solitudine diventino un’emergenza oppure cominciare adesso a costruire una società nella quale le persone siano meno sole, prima ancora di diventare anziane. Una società fatta di servizi, ma anche di relazioni. Di assistenza, ma anche di vicinanza. Di autonomia, ma anche di comunità. Il cohousing può essere una delle strade — non l’unica — per ripensare il modo in cui abitiamo, invecchiamo e ci prendiamo cura gli uni degli altri.

In questo scenario, una risposta straordinaria arriva dal cohousing intergenerazionale, un modello che unisce la terza età agli studentati per i giovani fuori sede. Si tratta di un'alleanza naturale che cura contemporaneamente due grandi ferite del nostro tempo: la solitudine degli anziani e il caro affitti che soffoca gli studenti. Sotto lo stesso tetto, la fragilità dell'anziano trova supporto nella vitalità del giovane, che a sua volta riceve accoglienza e memoria storica. Non è semplice assistenzialismo, ma un patto di cittadinanza attiva in cui lo scambio umano ed economico abbatte le barriere dell'isolamento, dimostrando che le risposte alle nostre solitudini si trovano spesso nell'energia di chi ci cammina accanto. Perché invecchiare è bello, se condiviso.

Diamo importanza alle associazioni, alle comunità, alle conoscenze e alle amicizie. A ogni luogo che ci offra l’opportunità di condividere. La vera sfida dell’Italia che invecchia non è soltanto vivere più a lungo. È riuscire a vivere più a lungo senza essere soli. E per farlo dobbiamo iniziare adesso: coltivando le relazioni, costruendo comunità, ripensando le nostre case e imparando, forse, a invecchiare insieme.

di Susi Silvestre

Foto e video liberi da copyright

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